Aggressioni in corsia

Violenza contro i medici: 18mila casi in un anno e nel 69% è il paziente a colpire

La “Giornata” celebrativa è l’occasione per lanciare l’allarme sul fenomeno che contrappone operatori sanitari e cittadini. La richiesta unanime al ministro Schillaci: potenziare il Ssn partendo dal personale

(Adobe Stock)

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Quel 98% dei medici di Pronto soccorso che durante la carriera hanno ricevuto almeno un’aggressione - di cui oltre la metà (il 54%) una violenza fisica - praticamente tutti, sono solo la parte più esposta di un Servizio sanitario dove l’attacco al personale è ormai quotidiano.
Supera i 18mila sanitari (per la precisione 18.213), con + 2mila episodi tra 2023 e 2024, la cifra degli operatori coinvolti in aggressioni: è il bilancio fatto dal Rapporto Fnomceo-Censis appena presentato a Foggia, dove il 4 settembre scorso al Policlinico Riuniti si consumò un’aggressione di gruppo da parte di una cinquantina di parenti e amici di una giovane deceduta in ospedale dopo essere stata investita in monopattino. Secondo l’indagine, il 66% dei medici, di fronte alle richieste di attenzioni di pazienti e familiari, non ha mai abbastanza tempo per dialogare o dare informazioni e spiegazioni. Del resto, il 66% lavora in strutture o servizi con forti carenze di personale e il 51,8% deve ricorrere a attrezzature obsolete o non perfettamente funzionanti. Non sorprende che per il 90,4% dei medici per rilanciare il Servizio sanitario non basteranno ritocchi, per quanto apprezzabili, come nel caso dell’aumento di spesa sanitaria pubblica. Ritengono ineludibili investimenti massici, prolungati, dando priorità alle condizioni del personale. Dal canto loro, come emerge da un focus dell’Istituto Piepoli sempre per Fnomceo, l’85% degli italiani è spaventato dalle aggressioni ai medici e quindi ritiene importante contrastare questo fenomeno, tanto che due su tre dei 500 intervistati sarebbero pronti a “scendere in piazza” a difesa dei medici.

Intanto, numeri e percentuali si inseguono, tanto che come denuncia la Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), ogni Asl nel 2024 ha subito almeno 116 episodi violenti con un aumento del 5,5%. L’attacco è trasversale e non risparmia nessuno, a cominciare dagli infermieri colpiti nel 60% dei casi (con le donne sempre più esposte), né i volontari della Croce Rossa Italiana (nel 47% dei casi aggrediti da un utente e nel 67% dei casi durante il trasporto in ambulanza) e addirittura non “salva” i veterinari con la Fnovi che denuncia attacchi in aumento.

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I medici «hanno paura»

Lungi dall’essere meramente celebrativa, la Giornata nazionale contro la violenza sugli operatori sanitari e sociosanitari del 12 marzo è una sequela di allarmi e denunce che si rincorrono da Nord a Sud del Paese ed emerge non soltanto la preoccupazione ma anche l’appello alle istituzioni ad agire per recuperare, al netto dei giri di vite sulla sicurezza (con da ultimo l’introduzione dell’arresto in flagranza di reato), quel rapporto incrinato di fiducia con gli operatori e i luoghi di cura che per tutti è all’origine delle frustrazioni da cui originano le aggressioni. Tutti, nessuno escluso, parlano di cifre in aumento e di scenari allarmanti. Nel 2024 le aggressioni si verificano soprattutto in Pronto soccorso, nei servizi psichiatrici e nelle aree di degenza mentre gli autori sono prevalentemente i pazienti, seguiti da familiari/caregiver e si conferma, come nel 2023, una netta prevalenza di aggressioni verbali (70%) rispetto a quelle fisiche (24%) e contro la proprietà (6%).
I medici, gli infermieri e i loro colleghi hanno paura innanzitutto nelle corsie che dovrebbero essere luoghi di cura e di rispetto reciproco: come rileva un sondaggio del sindacato dei medici ospedalieri Cimo-Fesmed, il 71% dei camici bianchi in ospedale teme di subire un’aggressione sul posto di lavoro e la percentuale cresce al 76% tra le dottoresse. E si parla di “emergenza nazionale”, tanto che per la Simeu, la Società di medicina dell’Emergenza-urgenza, il 10% degli intervistati abbandonerebbe immediatamente quell’ambiente di lavoro. Stressato non solo dai turni massacranti imposti da una professione che è in caduta libera per appeal, il 64% dei medici di Pronto soccorso dichiara di aver cambiato atteggiamento nei confronti dei pazienti come reazione. Un circolo vizioso, come ricorda il presidente Simeu Alessandro Riccardi: «Gli episodi violenti portano a un inevitabile peggioramento del servizio e quando un cittadino aggredisce anche solo verbalmente un operatore, non fa altro che danneggiare se stesso».

Sempre per il Rapporto Fnomceo-Censis, il 41,2% dei medici non si sente più sicuro nello svolgere il suo lavoro a causa delle violenze, il 18% ha paura di lavorare di notte, l’11,8% ha paura di recarsi nel suo luogo di lavoro. Per il 91,2% dei medici è sempre più difficile e stressante lavorare nel Servizio sanitario. Inoltre, il 74,6% dei medici sente di lavorare troppo e si sente psicologicamente a rischio burn-out, (il 78,4% tra chi lavora negli ospedali).

Schillaci: la sicurezza del personale è prioritaria

«Dai dati dell’Osservatorio del ministero sulla sicurezza dei professionisti sanitari e sociosanitari emerge che nel 2024 sono state segnalate oltre 18mila aggressioni a livello nazionale, coinvolgendo circa 22mila operatori. L’altro fenomeno veramente triste è che sono le donne a essere le più colpite – oltre il 60% delle segnalazioni – così come il personale infermieristico per oltre il 55%», ha riepilogato il ministro della Salute Orazio Schillaci intervenendo a Foggia. «La sicurezza del personale sanitario e sociosanitario non è un mero slogan, è una vera priorità - ha aggiunto -. Abbiamo approvato norme per non lasciare impuniti gli aggressori, con la procedibilità d’ufficio e pene più severe, e potenziato la vigilanza con più presidi di polizia negli ospedali. Fino ad arrivare all’ultima legge che ha introdotto l’arresto in flagranza di reato anche differita: in questi mesi abbiamo letto di arresti in seguito ad atti di violenza nei confronti di personale sanitario, questo significa che la norma viene applicata. Sono state inasprite anche le sanzioni per chi danneggia strutture pubbliche e abbiamo previsto che parte dei fondi del Pnrr possano essere utilizzati per potenziare i sistemi di sorveglianza». Ma dal ministero - che in occasione della Giornata 2025 ha lanciato una campagna di comunicazione - arriva anche la promessa “non ci fermeremo qui”. «Sul fronte della prevenzione - ha annunciato infatti Schillaci - si sta avviando a conclusione l’aggiornamento della Raccomandazione ministeriale numero 8 per la prevenzione degli atti di aggressione e violenza per una migliore e più agevole applicazione. E abbiamo raccolto 23 buone pratiche regionali». Poi bisogna agire sulla formazione: «un’altra leva essenziale di prevenzione ed è stata inserita come tematica di interesse nazionale della Commissione Ecm con 133 tra corsi nazionali e regionali tra 2023 e 2024 che hanno coinvolto tutte le professioni sanitarie e sociosanitarie».

La stoccata del ministro alla medicina generale

Anche davanti all’ospite della giornata Filippo Anelli, strenuo oppositore della riforma della medicina generale con il passaggio dal convenzionamento alla dipendenza, il ministro della Salute ha riacceso i riflettori sulla principale e più imminente (sulla carta) riforma annunciata: «Un pronto soccorso ingolfato - ha sottolineato Schillaci - diventa più facilmente un luogo dove si possono innescare situazioni di conflitto, dove il carico di lavoro e di stress sul personale non agevola la gestione di questi odiosi fenomeni. E’ una realtà che non nasce oggi e che vogliamo risolvere portando a compimento la riforma dell’assistenza territoriale per alleggerire la pressione in quegli ambiti dove più di frequente si registrano segnalazioni di violenza. I grandi cambiamenti non si fanno in poco tempo; noi siamo impegnati senza sosta nella riorganizzazione del servizio sanitario e anche per migliorare le condizioni economiche e di lavoro del personale».

Anelli (Fnomceo): Ssn da rafforzare e una strategia anti-violenze

«Vogliamo ripartire da Foggia, violata da un grave episodio di violenza a settembre scorso, per chiedere al Governo e agli amministratori di rafforzare questo servizio sanitario nazionale che è l’istituzione più amata dagli italiani ed elemento distintivo di questo Paese attraverso un forte investimento sui medici e sui professionisti sanitari - ha spiegato il presidente della Fnomceo Filippo Anelli - . Investire in sanità conviene, produce ricchezza, produce occupazione e ricerca, assicura stabilità sociale e progresso. Teniamoci stretto il nostro servizio sanitario nazionale».

Poi, la proposta di 12 misure contro la violenza, messe in fila dal presidente Fnomceo: investire sui professionisti aumentandone il numero e tutelando il loro ruolo professionale; concludere l’aggiornamento della Raccomandazione ministeriale n. 8 del 2007 per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari; rafforzare i sistemi di gestione del rischio clinico e risk management con audit per eventi sentinella implementando le misure che consentono la riduzione dei fattori di rischio anche strutturali, tecnologici eorganizzativi; prevedere la presenza di mediatori culturali nei pronto soccorso, negli ospedali e strutture sanitarie al fine di migliorare la comunicazione con i pazienti o i parenti; migliorare il “pacchetto sicurezza” con telecamere, dispositivi di sicurezza (uomo a terra – geolocalizzazione) e di allarme rapido, coordinamento con le questure per l’intervento delle forze dell’ordine, presenza di personale di vigilanza nei pronto soccorso e nei luoghi ad alto rischio; riorganizzare l’accesso nelle strutture sanitarie attraverso misure organizzative e tecnologiche quali ad esempio il telecontrollo dei visitatori; rendere sicuri i presidi sanitari ad alto rischio, come guardie mediche isolate, monitorando l’applicazione delle prescrizioni previste dal documento di valutazione del rischio per la prevenzione della violenza (Legge 81 /2008); fornire il supporto psicologico e legale agli operatori vittima di violenza; predisporre percorsi di formazione per il personale al fine di migliorare la comunicazione e gestire gli episodi di violenza; promuovere campagne di sensibilizzazione pubblica periodiche nazionali e locali, anche in collaborazione con le associazioni dei cittadini; adottare i regolamenti per l’attuazione della normativa sulla procedibilità d’ufficio prevista dalla legge 113/2020; istituire un fondo speciale dedicato al contenimento del fenomeno della violenza contro i professionisti sanitari.

I numeri: pesa la frustrazione dei cittadini

Dei 18.213 operatori sanitari coinvolti in aggressioni, secondo i dati del terzo Rapporto Fnomceo-Censis il 26% sono state aggressioni fisiche, circa il 68% verbali e il 6% contro la proprietà. Tra i sanitari coinvolti, il 64% sono uomini e il 36% donne. Il 60% delle aggressioni ha riguardato infermieri, il 15% chirurghi, il 12% operatori sociosanitari e il 3% altri come personale non sanitario. Le aggressioni sono state perpetrate nel 69% dei casi da pazienti, nel 28% da parenti, caregiver e nel 3% da una persona non legata a pazienti. Il 78% delle aggressioni ha avuto luogo in ospedali e il 22% nella sanità del territorio.
Pesano, anche se non sono certo giustificabili, le frustrazioni dei cittadini in sanità: l’87,3% degli italiani quando sta male vorrebbe tempo per dialogare con il medico, informazioni per capire la diagnosi, le terapie, la prognosi. Nell’esperienza concreta però al 48,4% il medico ha potuto concedere troppo poco tempo, al 47,8% non hanno dato le informazioni di cui aveva bisogno. Il 52,2% ha vissuto, per sé o per un parente, un’esperienza negativa nel Pronto soccorso, con lunghissime attese e carenza di informazioni. In sintesi: al 35,1% dei cittadini è capitato di non sentirsi rispettato nel rapporto con la sanità. Poi, il 66,4% dei cittadini ha verificato la forte carenza di medici e infermieri nelle strutture sanitarie e il 72,3% un peggioramento nel Servizio sanitario nel tempo. Il 90,4% degli italiani apprezzerebbe nei Pronto soccorso e negli ospedali mediatori, persone di riferimento competenti che informano, si relazionano con pazienti e familiari.

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