Musica

Volevo essere Lucio Corsi

Esce l’album «Volevo essere un duro» che suggella il momento d’oro del cantautore maremmano. E un po’ dà una lezione a questo Paese che campa a compromessi, relazioni e babà

Lucio Corsi: “Racconto persone senza rinunciare ai sogni”

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Nei giorni di Sanremo dicemmo subito che Lucio Corsi era una delle cose più belle che potessero capitare al Festival. Adesso che è uscito Volevo essere un duro, l’album che prende il titolo dalla canzone con cui il cantautore maremmano è arrivato secondo alla kermesse canzonettara, possiamo tranquillamente dire che Lucio Corsi è una delle cose più belle che potessero capitare alla musica italiana, in questo particolare momento storico.

Perché siamo nel bel mezzo dell’età dello streaming, comandano i numeri, l’urban è il nuovo mainstream, qualcuno sciamanicamente ogni tanto si bagna il dito, lo infila nel vento e pre-sente un imminente cambio di repertorio. Che forse avverrà, forse no, chi lo sa, chi può dirlo. È il mercato, bellezza, e tu non puoi farci niente. Cambio di repertorio o no, a volte capita che uno spirito s’impossessi della macchina. Lucio Corsi, per esempio: tre album e due Ep all’attivo prima di Sanremo 2025, tra i quali brillavano gemme splendenti come Bestiario musicale e Cosa faremo da grandi. Brillavano, sì, ma nell’indifferenza di tanti grandi media, perdutamente innamorati dell’ultima rima baciata dell’ultimo trapper sessista.

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Poi è arrivata la profezia di Tu sei il mattino, ballad di pop sinfonico con cui Lucio vince il finto Festival della serie Tv Vita da Carlo. Poi ancora Volevo essere un duro e il secondo posto al Festival vero, Olly che ritira la candidatura dall’Eurovision Song Contest e Corsi che a sorpresa si ritrova in concorso a Basilea. Così, per mille motivi, quest’efebico epigono del glam che scrive per immagini senza rinunciare a raccontare storie sta viaggiando sui 4,5 milioni di ascoltatori medi mensili su Spotify. E adesso che è uscito Volevo essere un duro, nel senso dell’album, si candida a incarnare lui per primo questo fantomatico cambio di repertorio della popular music italiana.

È un disco consapevolmente retromaniaco, come del resto quelli che lo hanno preceduto. Un disco che ha l’odore dolciastro degli anni Settanta, il punto d’incontro ideale tra glam e folk, la trattoria casereccia di una zona industriale («quelle al limite coi campi di fieno») in cui chissà perché si trovano a condividere tavolo e vino Marc Bolan e Ivan Graziani, Venditti e Bowie.

L’album comincia con Tu sei il mattino e Volevo essere un duro, ballatone che hanno i T-Rex per reference, ma tra le due c’è il politicamente scorretto di Sigarette («tra il bene e il male scelgo sempre sigarette/ C’è chi smette/ C’è chi smette/ Personalmente scelgo sempre sigarette») che sarebbe piaciuta a un altro Lucio, quello di Piazza Maggiore.

Corsi è un attento studioso del repertorio dei grandi, probabilmente il più bravo a celebrare i padri fondatori: sa scrivere in italiano un talkin’ blues che sembra uscito da Another Side of Bob Dylan (vedi alla voce Francis Delacroix, omaggio semiserio al suo amico fotografo di Volpiano), riesce a rielaborare la materia del rock and roll delle origini come facevano i primi Roxy Music e dedicarla al bullo della scuola media (Let there be Rocko).

Il re del rave è una malinconica ballad pianistica che manteca Elton John e Claudio Rocchi, Situazione complicata un divertissement con la malizia di Rino Gaetano («Viviamo nella stessa città/ È bella come il mare infinito/ L’unico difetto che ha è suo marito»), Questa vita una schitarrata folk parecchio orecchiabile, Nel cuore della notte il suggello finale dove uno medita sulla condizione umana e, per non lasciarsi morire, impara a fischiettare. Corsi un po’ cita (The man in me), un po’ si autocita (Astronave Giradisco) ma, arrivati a questo punto della storia, ci sta tutto.

Tirando le somme: Volevo essere un duro è proprio un bel disco, il manifesto dell’ostinazione di un ragazzo di 31 anni che da grande voleva fare il musicista ma non accettava neanche mezzo compromesso per andare in direzione del mercato, poi è andata a finire che è stato il mercato ad andare da lui e si è ritrovato grande. Quasi suo malgrado, come nella storia di Maometto e la montagna. E allora bravi tutti: bravo Lucio, bravi quelli del team di Picicca che ci hanno creduto e quelli di Sugar che ci hanno investito.

Qualcuno, con tanto pelo sullo stomaco, magari si starà chiedendo quanto possano mai durare gli alieni fuori dai cancelli della fabbrica delle hit. Quegli alieni che, proprio come Lucio cantava qualche anno fa, «arrivarono dall’alto/ Ma così in alto noi non ci sappiamo andare». Non prestate ascolto a questo qualcuno: Lucio ha già vinto. Perché ha dato una bella lezione al nostro adorato Paese che campa di compromessi, relazioni e babà. In tanti, allora, faremmo bene a cantare «volevo essere Lucio Corsi». Ma anche Tommaso Ottomano andrebbe benissimo.

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