L’intervista

Zanobini: «Brunori e Lucio Corsi? Nell’epoca dell’Ai resisterà la musica vera»

Parla il manager dei due cantautori reduci da Sanremo, ma anche di Baustelle e Dimartino: «Il settore non può vivere solo di numeri. Il mio sogno? Scoprire la Lana Del Rey italiana»

Matteo Zanobini tra Brunori Sas e Lucio Corsi, all’ultimo Festival di Sanremo. Sullo sfondo, Tommaso Ottomano

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Permetteteci una battuta: una delle più grandi scoperte che il popolo mainstream ha fatto con l’ultimo Sanremo è stata la scoperta dell’esistenza della figura del manager musicale. Tutti parlano di Marta Donà, manager di Olly e di quattro degli ultimi cinque vincitori del Festival, ma molti ignorano che quest’anno il secondo e il terzo classificato, Lucio Corsi e Brunori Sas, hanno tutti e due lo stesso manager: Matteo Zanobini, 44 anni, toscano di Santa Croce sull’Arno, ex studente del Dams di Bologna laureatosi in musica e spettacolo all’Università di Firenze, co-fondatore della indie label Picicca Dischi. Nel suo roster, oltre al vincitore del premio della critica «Mia Martini» e a quello del premio per il miglior testo «Sergio Bardotti», ci sono anche Baustelle, Dimartino e Maria Antonietta.

Un ragazzo degli anni Novanta che, come i suoi artisti, di gavetta ne ha fatta parecchia: «I miei genitori», racconta, «mi dicevano: se vuoi fare l’università, te la paghi. Dal momento che me la pagavo, me la sono pure scelta». A Firenze, nei primi anni Duemila, fa l’addetto ai dischi nel negozio Messaggerie, «poi ho fatto un bellissimo stage al Larione 10, il regno di Giancarlo Bigazzi. L’ho incontrato negli ultimi anni di carriera, gli portavo il caffè. A proposito dei suoi Squallor, lui diceva: volevamo passare alla storia, ma prima siamo passati alla cassa. Una battuta che racchiude quasi un’antica saggezza, una praticità tutta toscana che sento un po’ dentro di me». Parallelamente, Zanobini faceva musica: «Organizzavo concerti, soprattutto per la mia band, i Blume, con i quali incidemmo anche un album. Già all’epoca avevo una preferenza per quello che succedeva attorno al palco, l’aspetto organizzativo. Suonavo il sintetizzatore, ma tipo attaccando lo scotch sui tasti per poi avere il tempo di fare tutt’altro». Con i Blume incrocia il palco con lo stesso Brunori: «È stato il chitarrista nell’ultima fase della band. Era come se Al Bano suonasse con i Sigur Ros. Dario almeno la racconta così».

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Matteo Zanobini, nel ritratto di Chiara Mirelli

Zanobini, partiamo da un paragone irriguardoso. Nanni Ricordi è passato alla storia come l’inventore dei cantautori. Dopo Sanremo 2025, si può dire che Matteo Zanobini è il «re-inventore» dei cantautori?
«No, dai, non scherziamo... (ride, ndr) Vero è che mi sono sempre ispirato all’epopea della Rca Italiana, a Ennio Melis e Vincenzo Micocci. Non mi stupirei, per esempio, se qualcuno prima o poi scrivesse Zanobini, io ti ammazzerò. Se guardo alla meravigliosa stagione della Rca Italiana, che ha sfornato i grandi della musica che abbiamo ancora oggi, posso dire che quelli lì sono usciti con lo stesso criterio con cui sono stati sfornati questi due qua che sono arrivati secondo e terzo a Sanremo. Con il tempo, senza abbassare la qualità della proposta, ma dando all’artista la possibilità di crescere, disco dopo disco. Un approccio genuinamente indipendente, perché le multinazionali oggi non ti danno la possibilità di fare tentativi».

Raccontaci chi sei attraverso un disco che ami.
«Se ne devo scegliere uno, dico La voce del padrone di Franco Battiato. È la musica come la intendo io: pop con una storia sperimentale importante dietro. Il Maestro che, lasciandosi alle spalle il decennio prog, dimostra che puoi fare qualità e, insieme, avere successo. Perché quello fu il primo disco italiano a vendere un milione di copie...»

Dacci quattro istantanee: quando hai conosciuto Brunori, quando hai conosciuto i Baustelle, quando hai conosciuto Lucio Corsi e quando hai conosciuto Dimartino.
«Quando ho conosciuto Brunori ero a campionare suoni in un pollaio sulle colline del Chianti. Lui suonava, io suonavo: facemmo una collaborazione su un brano. Mi trovai a campionare una batteria partendo dai suoni di quel pollaio. Poi più avanti, lui decise di tornarsene in Calabria. Era morto il papà e, per scacciare via i brutti pensieri, quasi come un bluesman la sera scriveva canzoni. Lo convinsi a farle uscire, lui neanche voleva. Fondammo insieme un’etichetta, Picicca Dischi, per pubblicarle: Vol. 1 è nato così. Dei Baustelle ero fan: ricordo un video di Francesco Bianconi che suona il theremin in un pezzo dei primi dischi. Divennero subito il mio gruppo italiano preferito di sempre. Cinque anni fa ho cominciato a lavorare con loro con grande soddisfazione. Il punto di forza, nella nostra collaborazione, sta nel fatto che rappresento la voce del fan. Con Lucio ci siamo conosciuti al Mi Ami 2014, dove lui si esibiva. Mi stupì la sua grande sicurezza sul palco. Anche lui, come me, è toscano. Mi sono subito ritrovato anche in questo. Come molti toscani, da bambino andavo al mare dalle sue parti, a Baratti. Dimartino è l’unico caso della mia carriera in cui ho deciso di prendere un artista da un demo arrivatomi a casa. Si era registrato da solo, ma si capiva subito che Antonio della sua generazione è uno dei migliori a scrivere canzoni».

Lucio Corsi a Sanremo 2025; l’artista maremmano rappresenterà l’Italia a Eurovision Song Contest, dopo la rinuncia di Olly. ANSA/ETTORE FERRARI

«È Milano la città», canta Dimartino con Colapesce ne Il prossimo semestre. Concordi?
«Più che il posto in cui stare, Milano è sicuramente il posto in cui passare… perché se sei uno che scrive, la bolla di Milano ti limita molto. Non vedi il mondo vero. Brunori, per esempio, non avrebbe mai potuto fare un disco come L’albero delle noci restandosene a Milano. Detto questo, Milano è un posto in cui succedono cose. Ed è importante che succedano cose, se fai musica. Ma io stesso, ogni tanto, ho necessità di tornare in Toscana, dove ritrovo i miei amici di sempre che mi chiedono: «Spotify, icché?»

Un decennio fa tutti i tuoi artisti rientravano nel perimetro della cosiddetta musica «indie». Ha ancora senso il termine, ammesso che lo abbia mai avuto?
«Ha avuto senso. L’indie si contrapponeva al mercato mainstream: erano proprio campionati separati. C’era una comunità, dei media di riferimento, festival, luoghi in cui ascoltare musica. Era musica identitaria… All’epoca la musica lo era ancora un po’, come lo è stata fino a tutti gli anni Novanta. Poi, a un certo punto, ha smesso di esserlo, come è successo anche per la politica, se ci pensiamo. A un certo punto anche il fatto di essere “contro” una cosa – il cosiddetto mainstream – ha perso senso. Con le nuove generazioni, si è tutto appiattito in un unico grande calderone. La radio si è cominciata ad appropriare di Calcutta, Thegiornalisti, lo stesso Brunori. E se leggiamo i testi degli artisti ventenni di oggi, scopriamo che non sono in contrapposizione con chi li ha preceduti, com’era sempre successo dai Beatles in avanti. Non voglio giocare a fare il sociologo, ma noto che padri, figli e nipoti oggi parlano allo stesso modo, vestono allo stesso modo, hanno gli stessi valori. Diventa difficile proporre una novità, con questi presupposti, perché manca la contrapposizione. E io sono contento di questo Sanremo anche perché, come dice Caterina Caselli, il pubblico si prende quello che gli dai. E Lucio e Dario secondo e terzo, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, significano che la gente ha bisogno di cose vere».

La musica, nell’epoca dello streaming, è ossessionata dai numeri. Che tipo di spazio esiste, in un mercato come quello italiano, per artisti che non vogliono scendere a compromessi?
«Ho sempre basato il mio business non solo sulla parte “streaming” o comunque non solo sulla discografica com’è adesso. I miei artisti, per esempio, vendono molti dischi fisici. Il fan ti premia con il disco fisico. Lo streaming va di pari passo ma nessuno di noi ne è ossessionato. Lavorare sullo streaming significa sottostare a certe logiche: pubblicare ogni tot di tempo, fare dei feat. e un determinato tipo di promozione. Tutte cose di cui, per onestà, me ne sono sempre abbastanza fregato. Noi vogliamo un pubblico fidelizzato, quello che ti segue nei live che, nell’epoca dello streaming, sono il segmento più importante del music business. Lavoro con gente che scrive canzoni: la parte autorale è sempre stata una voce importante e fare tanti live, per chi scrive canzoni, fa la differenza».

Brunori Sas a Sanremo 2025. ANSA/ETTORE FERRARI

E c’è spazio per la musica, cosiddetta, «impegnata» oggi?
«Sono fan della musica che racconta qualcosa di politico tra le righe, che traccia un modo di sentire nel pubblico. Parlare direttamente, troppo esplicitamente, di alcune tematiche ha meno presa, mi sembra meno efficace».

Quanto può influire un manager nel successo di un artista?
«Sono un grande appassionato di Woody Allen. Una volta, in un’intervista, disse: il segreto del mio cinema è chiamare attori già bravi. Funziona così anche nel mio lavoro: il manager è un allenatore. Deve saper costruire una buona formazione, preparare bene una partita, ma sono i giocatori che scendono in campo e fanno gol. Non lo dico per falsa modestia, ma dobbiamo gestire bene quello che abbiamo e fare in modo che tutto fili liscio».

È più difficile trattare con i discografici o con i promoter?
«In questo momento storico sicuramente con i discografici, perché c’è grande chiusura della discografia a un certo tipo di musica. E lo capisco: l’industria multinazionale va così, ma avere il numero come solo parametro non è premiante neanche per chi vuole fare i numeri. Di questo passo andrà a finire che tutte le artiste e tutti gli artisti avranno la stessa estetica, lo stesso modo di proporsi, canteranno la stessa canzone. Ma appiattirsi non va a vantaggio di nessuno».

Baustelle. ANSA

E invece con brand di moda, cinema, tv e piattaforme di streaming è facile o difficile trattare?
«Lavoriamo molto con il cinema. Ci cercano spesso per le colonne sonore o per le sincronizzazioni: sono interessati al nostro repertorio. Con i brand si lavora poco e trovo che spesso la comunicazione, come la impostano loro, sia vecchia: in tanti pretendono che il marchio sia in primo piano. E l’effetto rischia di essere controproducente, sia per loro che per l’artista. Io dico che, finché è televendita, non ci interessa. Poi ci sono i mecenati, tipo la Fondazione Prada: quello è l’approccio migliore che un brand possa avere con le arti».

Maria Antonietta

Che caratteristiche deve avere un artista per essere seguito da te?
«Sicuramente ambizione, apertura mentale e repertorio. Deve avere la qualità artistica, letteraria o musicale, che è la base di tutto. Deve avere un’idea estetica di quello che sta facendo».

Cosa, invece, l’artista che lavora con te non deve mai fare?
«Essere sleale. Mi reputo una persona molto leale. Nel bene e nel male. Non sono yes man, dico le cose con grande sincerità, credo sia la cosa giusta da fare nei rapporti di lavoro. Che sono rapporti unami, alla fine. Mi aspetto altrettanto dai miei assistiti».

Dimartino (a sinistra) con Brunori e Riccardo Sinigallia alla serata cover di Sanremo 2025. ANSA/FABIO FRUSTACI

C’è un artista con il quale ti piacerebbe lavorare?
«Vorrei un’artista donna con un approccio sperimentale al pop. Mi piacerebbe intraprendere un percorso diverso da quelli che ho fatto finora. E credo ci sia spazio: manca, per esempio, una Lana Del Rey italiana».

Da mesi si parla di cambio di repertorio nella popular music italiana. L’ultimo Sanremo sembrerebbe dare un segnale in questa direzione. Condividi questa analisi?
«Difficile dirlo. Sicuramente l’urban è diventato a tutti gli effetti pop, ha perso quella caratteristica sovversiva che aveva all’inizio. È la natura delle cose: successe anche al punk che nel 1980 non era più la rivoluzione del 1977. Diciamo che siamo all’inizio di un nuovo ciclo e mi auguro un “pluralismo”. È bello che ci sia spazio per tante cose. Non mi piacciono il pensiero unico e l’omologazione».

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