Musica e soldi: quanti ne giravano negli anni 70 e quanti ne girano ora
Tra musica e denaro esiste un’attrazione fatale. Almeno dai tempi del «Barbiere di Siviglia». Ma quanto valeva il music business quando i Pink Floyd suonavano «Money»? E quanto vale oggi, nell’era del fenomeno K-pop? La risposta sta nei dati Ifpi degli ultimi 45 anni
di Francesco Prisco
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La musica è intimamente attratta dal denaro. «All’idea di quel metallo portentoso, onnipossente, un vulcano la mia mente già incomincia a diventar», cantava Figaro, Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini.
Era il 1816 e l’opera rappresentava ancora il divertimento per eccellenza delle corti europee, in agguerrita concorrenza quando si trattava di assicurarsi i migliori esecutori e i compositori del momento. Tenere aperto un teatro è sempre stato costoso, ma di fronte alla grandeur di un Principe non c’è mai stata speding review che tenesse.
Gli anni ruggenti dell’industria discografica
«Money, it’s a gas», i soldi ti gasano, secondo la lezione di Roger Waters, bassista e ideologo dei Pink Floyd, autore di quello che probabilmente è il brano musicale dedicato ai soldi più celebre di tutti i tempi. Era il 1973, l’industria discografica una specie di macchina trita-tutto capace di vendere 802 milioni di album e generare un giro d’affari globale di 4,5 miliardi di dollari, quando con un dollaro, negli Stati Uniti, ci compravi tre menù completi di cibo Morton Tv Dinners. Era l’epoca delle rockstar planetarie, status inaugurato nel decennio precedente dai Beatles, gente che collezionava fuoriserie, volava su aerei griffati con il logo della propria band e distruggeva le suite dei migliori alberghi.
Erano gli anni dei trionfi di Rolling Stones e Led Zeppelin, la discografia rappresentava il segmento trainante del music business, con una folla meravigliosamente disordinata di soggetti produttivi tra major e case discografiche indipendenti. I concerti apparivano in ascesa sull’onda dei maxi-raduni da centinaia di migliaia di spettatori che cominciavano a diventare un format sempre più frequentato nel mondo occidentale e gli speciali televisivi alimentavano il mercato del diritto d’autore.
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Il music business dopo la grande crisi
«La musica il pane quotidiano lo dà solo a chi è celiaco», canta invece nel 2017 Riccardo Zanotti, front leader dei Pinguini Tattici Nucleari. Un verso che restituisce in pieno il rapporto completamente rivoluzionato tra la musica e i soldi: la discografia ha vissuto una crisi profonda, innescata dall’esplosione di Napster nei primi anni Duemila e la diffusione del libero download più o meno legale di file mp3. Dopo i ricavi sontuosi degli anni Novanta (nel 1996 l’industria discografica tocca il picco di 39,6 miliardi di dollari), la discografia per una lunga fase non è riuscita a tenere il passo del cambiamento tecnologico: lo ha visto esplodere proprio malgrado, lo ha subito, successivamente inseguito. È morto di fatto un supporto - quel cd che negli anni Ottanta veniva promosso come il futuro dell'alta fedeltà e nei Novanta aveva rimpiazzato il vinile – con un conseguente tracollo del giro d’affari di settore (record negativo di 14,3 miliardi di dollari nel 2014), poi la macchina si è rimessa in moto grazie a un fenomeno nuovo – lo streaming, soprattutto quello premium – e i ricavi si sono rimessi a crescere, fino ai 19,1 miliardi di dollari dell’ultimo rapporto Ifpi. Fatturati di nuovo in crescita, nella consapevolezza che, comunque la si metta, il mondo del music business non tornerà mai più quello di prima della crisi. Certi equilibri sono completamente saltati. Per dire: tra gli artisti più venduti a livello globale nel 2018, alle spalle del rapper canadese Drake, troviamo la boy band coreana Bts, punta di diamante del fenomeno K-pop. Quant’è vero che l’Asia è la nuova locomotiva della discografia mondiale.



