Usa-Cina, dalle ciliegie all’hi-tech: i settori più colpiti dalla guerra commerciale
di Marco Valsania
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NEW YORK - «Siamo preoccupati. Siamo nel mezzo di una crisi del settore agricolo che dura da sei anni. Chiediamo che i negoziatori negozino, invece di pensare a ritorsioni. In particolare i coltivatori di soia hanno bisogno di mercati aperti». A parlare è Will Rodger, dirigente dell'American Farm Bureau Federation, associazione che raccoglie e rappresenta agricoltori e allevatori. Rodger interviene a caldo, mentre scattano nuovi dazi tra Stati Uniti e Cina, Donald Trump ne minaccia altri ancora e continuano trattative tra le parti. E viene per ora così congelata anche una precedente promessa cinese di nuovi import agroalimentari made in Usa per 30 miliardi l’anno.
L'agricoltura americana è un punto di osservazione privilegiato dei nuovi traumi all'interscambio, in prima linea di questa nuova “guerra fredda” economica per i danni subiti che, settore per settore, rischiano di essere più pericolosi delle frazioni di punto percentuale (circa 0,4% a oggi) che vengono perse a livello di Pil complessivo. Sono questi danni che, al di là della retorica e dei bracci di ferro, potrebbero alla fine consigliare anche alla Casa Bianca di arrivare a compromessi. L’agricoltura non è isolata: non solo per il suo rilievo economico, ma perché è collegata a una filiera che comprende anche il manifatturiero, le macchine agricole. E perché oggi fa da battistrada nel dramma sul trade: la Casa Bianca minaccia di dar seguito al rialzo odierno di dazi su migliaia di prodotti già colpiti con un’estensione a tappeto al totale dell’import cinese, in tutto quasi 600 miliardi. Un ampliamento che interesserà anche tutti i prodotti di largo consumo e non solo intermedi, dai giocattoli agli iPhone e tutta l’elettronica, dalle calzature ai tessile. E che vedrà scattare ripetute, probabili risposte cinesi sull’export.
L’APPROFONDIMENTO / Paura dei dazi, torna la volatilità sulle materie prime
L’impatto sul business
La spirale dei dazi, ha avvertito Moddy’s, «creerà ulteriore pressione su una serie di settori», citando dettaglianti e grossisti, costruzioni, trasporti, telecomunicazioni, macchinari e manifattura, computer ed elettronica. Queste ripercussioni hanno cominciato a filtrare in modo sempre più diretto e trasparente. Durante le ultime trimestrali, almeno 30 tra le più grandi aziende americane dei settori più diversi hanno citato tra i rischi gli aumenti dei dazi, 18 indicando di aver cercato di tenerne conto nei loro outlook e nelle loro scelte - da Walmart nel retail a Stanley Black & Decker nelle attrezzature industriali, da Polaris nelle motociclette a Anderson nell’agroalimentare - e una dozzina ammonendo sull’incertezza dell’impatto. I provvedimenti presi vanno da svolte nelle forniture a aumenti dei prezzi.
Una tassa in più per gli americani
Una coalizione di retail, tech, manifatturiero e agricoltura - Tariffs Hurt the Heartland - ha protestato per la “tassa” pagata dagli americani per la guerra commerciale, non dalla Cina: 1.155 dollari al secondo, solo dai dazi Usa che hanno totalizzato a oggi tra i 15 e i 25 milioni. La Fed di New York e le Università di Princeton e Columbia hanno stimato che aziende e consumatori pagano 3 miliardi al mese in più per i dazi, con le imprese che scontano anche 1,4 miliardi in costi di minore efficienza (oltre 20 miliardi a fine anno scorso). La conclusione: «Le entrate da tariffe non compensano comunque le perdite sostenute dai consumatori di import». Si calcola che anche almeno 165 miliari di scambi globali subirà modifiche scatenando terremoti nelle catene di fornitori.

