Un dato più recente è ancora più chiaro: alle elezioni di metà mandato del novembre 2018 - voto che segue di due anni l’elezione del presidente con cui si rinnova la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato - gli elettori sono stati 115,1 milioni che equivalgono al 50% di affluenza. Un dato bassissimo agli occhi di un europeo, alto per le statistiche americane: il voto del 2018 ha infatto registrato un aumento di elettori del 45% rispetto alle analoghe elezioni del 2014. Il trend dell’affluenza in crescita è stato confermato in tutte le elezioni speciali del 2019. Ciò fa supporre che anche alle presidenziali del novembre 2020 assisteremo a «una mobilitazione» come la chiamano gli studiosi di flussi.
Ciò che scopriremo tra otto mesi è se questa mobilitazione premierà o fermerà Trump (questo voto, naturalmente, è anche un test sul suo primo mandato). L’altra grande domanda della corsa alla Casa Bianca 2020 è se dalla lunga e agguerrita battaglia dentro il Partito democratico arriverà un candidato o una candidata in grado di impensierire l’attuale presidente.
A ogni modo, gli ultimi dati a disposizione confermano che le primarie, questo lungo, dispendioso, spettacolare esercizio di democrazia, sono decise da una minoranza di aventi diritto: nel 2016 meno del 30% di americani aveva scelto Trump come candidato repubblicano e Hillary Clinton come candidata democratica.
Le primarie democratiche, incerte e combattute
In questo momento è il partito all’opposizione pur essendo maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo le elezioni di metà mandato 2018. Le primarie nel Partito democratico, simbolo l’asinello, sono quest’anno particolarmente combattute. Come spesso accade dopo una sconfitta (quella di Hillary Clinton nel 2016, battuta da Trump) non c’è un candidato forte. Saranno - dovrebbero essere - le primarie a costruirne uno.
I candidati alle primarie democratiche sono dieci. Joe Biden, ex vicepresidente con Barack Obama, il senatore socialista del Vermont Bernie Sanders, la senatrice anche lei ala progressista Elizabeth Warren, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar e il più giovane e in questo momento in crescita, il 38enne ex sindaco dell’Indiana, Pete Buttigieg. Ci sono poi i candidati zero chance che hanno poca o nulla copertura mediatica e che perderemo presto per strada: Andrew Yang, Tom Steyer, Tulsi Gabbard, Michael Bennet, Deval Patrick. A tutti loro bisogna aggiungere l’ex sindaco di New York e miliardario Michael Bloomberg che fa gara a sé. Non ha ancora affrontato direttamente i suoi avversari ma da mesi fa già campagna elettorale in giro per il Paese. Da Politico al Washington Post, da Cnn al Financial Times, molta stampa anglosassone è convinta che Bloomberg assente ai caucus dell’Iowa, finiti nel caos del riconteggio, dei ritardi e delle contestazioni, sia stato il vero vincitore.
Al contrario degli altri aspiranti, Bloomberg non chiede e non chiederà soldi a nessuno, si finanzierà da solo.
Le primarie repubblicane, un’incoronazione
Nel partito repubblicano, detto anche Gop, Gran Old Party, simbolo l’elefantino, il candidato scontato sarà l’attuale presidente Donald Trump che corre per la rielezione. Al contrario del 2016, le primarie repubblicane saranno quest’anno una pura formalità, di poco o nullo interesse sul fronte degli sfidanti. Non c’è nessuno che può impensierire o che davvero può mettere in dubbio la candidatura Trump, anche se molti nel partito non lo amano. Ecco perché una delle scommesse degli osservatori è verificare quanti repubblicani delusi voteranno un democratico qualsiasi piuttosto che votare o rivotare Trump (variabile non secondaria di questa scommessa è naturalmente l’astensione) e quanto numeroso e appassionato sarà il popolo di Trump quattro anni dopo.
In molti stati, comunque, le primarie repubblicane si terranno lo stesso, altri invece hanno deciso di cancellare l’appuntamento: in Alaska, Wisconsin, Georgia, Arizona, Carolina del Sud non ci sarà gara, proprio come scelta di sostegno a Trump. Una cancellazione che gli sfidanti del presidente, Joe Walsh e Bill Weld, hanno definito «non democratica» ma i due sono poco più che comparse e come tali hanno poche battute. In più ci sono analoghi precedenti, quando George W. Bush e Barack Obama corsero per un secondo mandato, e nessuno ha gridato alla dittatura.