Usa, la Fed calca la mano: tolleranza zero all’inflazione
I verbali della Fed confermano: la banca centrale Usa ha come unica priorità l’abbattimento dell’inflazione. Verso un rialzo da 75 punti base
di Morya Longo
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I punti chiave
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Se avessero un titolo, quello dei verbali della Federal Reserve sarebbe «La paura fa 90». Perché nelle minute relative all’ultima riunione di giugno della banca centrale americana, pubblicate il 6 luglio, la parola «inflazione» è stata scritta ben 90 volte. Record: mai, nei verbali di tutto il 2022, i membri della Fed erano arrivati a tanto. Segno che il costo della vita, arrivato all’8,6% Oltreoceano, fa davvero paura ai banchieri centrali.
E questo la dice lunga sul messaggio che i verbali lanciano ai mercati e a Wall Street: la Federal Reserve non si ferma. La lotta all’inflazione è la priorità assoluta. E, caso raro, su questo impegno è schierato tutto il consiglio di politica monetaria della Banca centrale: le divisioni tradizionali tra “falchi” e “colombe” in questo caso sono livellate. Tutti d’accordo. Nessuna opposizione: l’inflazione va abbattuta, costi quel che costi, con una politica di rialzi dei tassi.
Verso un nuovo maxi rialzo dei tassi
Il messaggio che i verbali lanciano è chiaro: nuovi forti rialzi dei tassi si profilano all’orizzonte. Già a giugno, quando la Fed li aumentò di 75 punti base, il presidente Jerome Powell aveva annunciato che anche a luglio la banca centrale li avrebbe alzati di altri 50 o 75 punti base. I verbali hanno confermato questa previsione. Anzi: i dati economici usciti dagli Usa migliori delle attese (a partire dall’indice Ism servizi) dicono che l’ago della bilancia potrebbe propendere per i 75.
Attualmente il mercato assegna a questa ipotesi circa il 75-80% delle probabilità. Eppure Wall Street (unica Borsa aperta al momento della pubblicazione dei verbali) non ha preso una direzione precisa: era piatta prima dei verbali e ha volteggiato tra il più e il meno subito dopo. Prendendo poi la direzione del rialzo, forse incoraggiata dal fatto che i verbali non hanno in fondo aggiunto molto a ciò che già si sapeva.
L’economia reggerà la stretta? Usa verso la recessione
Ma è proprio questa aggressività della Banca centrale americana a far temere che gli Stati Uniti possano cadere in recessione nei prossimi anni. Una recessione causata proprio dalla stretta monetaria che, soprattutto in un paese molto indebitato, potrebbe gelare i consumi e dunque la crescita. È per questo che, nonostante l’inflazione all’8,6% negli Usa e nonostante queste attese sulle prossime strette della Fed, i rendimenti dei titoli di Stato stanno scendendo negli Stati Uniti da qualche settimana: solo sette giorni fa i tassi dei Treasury decennali erano sopra il 3%, mentre prima dei verbali giravano intorno al 2,89%. Dopo la pubblicazione sono un po’ saliti (a 1,92%), ma questo non cambia il trend discendente degli ultimi tempi.

