Lucio Presta: «Sanremo oggi è una serie Tv. Per crescere dovrà uscire dall’Ariston»
Il manager di Amadeus, Benigni e Bonolis alla vigilia del suo nono Festival: «Arrivo all’edizione 2024, poi saluto. Il futuro della kermesse? Al Palafestival»
di Francesco Prisco
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I punti chiave
- Il manager di tv più importante della tv
- Sanremo come viaggio sentimentale
- Dal Sanremo di Bonolis a quello di «Ama»
- Un Festiva trans-generazionale
- Il riavvicinamento Sanremo-vendite discografiche
- Il Festival inteso come serie tv
- L’importanza di avere un Palafestival
- Quando i contenuti sono più forti della politica
- La famiglia degli artisti
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Sanremo è lo specchio del Paese, lo dicono tutti. Ma sbagliano: Sanremo è il Paese, un palcoscenico con cui l’Italia s’identifica, la gara di canzoni per la quale ci si scalda, ci si divide in fazioni, si polemizza: tutte antiche specialità della casa, qui da noi. Per una settimana – quest’anno dal 7 all’11 febbraio – per noi italiani pare non ci sia niente di più importante al mondo. Perché Sanremo è Sanremo, secondo il celebre motto baudiano: è il vecchio contro il nuovo ma, alla fine, diventa il vecchio che convive col nuovo, come ai tempi della contrapposizione tra Claudio Villa e gli urlatori, «perché se vuoi fare una televisione generalista che funzioni, devi necessariamente tenere insieme le generazioni, attraversarle. Rassicurare chi ha qualche anno in più con i propri beniamini, intrigare i giovani con quelli che già seguono grazie ad altri circuiti di fruizione come lo streaming».
Il manager di tv più importante della tv
A parlare è Lucio Presta, uno che se ne intende abbastanza di televisione in generale e del Festival della canzone italiana in particolare. Con un roster che spazia da Paolo Bonolis a Roberto Benigni passando per Amadeus, conduttore alla quarta edizione da direttore artistico di Sanremo, è probabilmente il manager di Tv più importante d’Italia. Quella che sta per cominciare è la sua nona edizione di Sanremo in questo ruolo. Al netto dei cantanti in gara, solo Pippo Baudo e Mike Bongiorno hanno fatto più Festival di Presta che, comunque, mette le cose in chiaro: «Arrivo al decimo, quello del 2024 che faremo sempre con Amadeus, poi saluto Sanremo».
Sanremo come viaggio sentimentale
Calabrese di Cosenza, 63 anni da compiere il giorno di San Valentino, ha un passato da ballerino nei varietà televisivi degli anni 80 prima di passare dietro le quinte, dove sia gli amici che i nemici gli riconoscono una certa ritrosia a parlare di se stesso e un talento di negoziatore fuori dal comune. Con il Festival il rapporto è antico e, per forza di cose, sentimentale: «Da spettatore, mi ricorda l’infanzia con i nonni: Sanremo era immancabile. Mi torna in mente l’amore di mia nonna per Giovanni Calone, meglio noto come Massimo Ranieri. Che grande emozione è stata per me, qualche decennio più tardi, organizzare il tour del ritorno alla canzone di Massimo. Poi mi torna in mente la prima volta che sono andato a Sanremo da ballerino, con Patty Brard nel 1985».
Dal Sanremo di Bonolis a quello di «Ama»
Esattamente 20 anni più tardi, arriva il suo primo Sanremo da manager: la prima edizione affidata a Bonolis. «I due Festival di Paolo», racconta davanti a una tazza di tè, nell’hotel in cui fa base nelle sue giornate milanesi, «sono stati rivoluzionari sul piano dello spettacolo. Pensiamo solo alle aperture spettacolari affidate a Daniel Ezralow o al duetto tra Arisa e Lelio Luttazzi. Bonolis, tra i pochissimi qui da noi ad avere sia il Dna della tv pubblica che di quella privata, ha riportato il grande pubblico al Festival, dopo una parentesi di crisi del prodotto».
Il Sanremo di Antonella Clerici «fu quello della Favola. Nessuno credeva in quel Festival e sorprendemmo tutti. Venivamo dal grande successo del secondo Sanremo di Bonolis. Con Gianmarco Mazzi inizialmente provammo a individuare un partner maschile da affiancare ad Antonella, ma tutti rifiutavano, per il timore di confrontarsi con i numeri che aveva fatto Paolo l’anno prima. Ci accorgemmo che stavamo ragionando del superfluo: la Clerici reggeva benissimo l’Ariston da sola. La forza di Antonella sta nella sua autenticità, nel fatto che è esattamente come la vedi nella vita reale». Poi vennero le due edizioni di Gianni Morandi, «storiche tutte e due per numeri artistici straordinari: penso per esempio a Benigni che fa l’esegesi dell’Inno di Mameli nel 2011».

