Opec+ conferma i piani

Fermo il 70% dell’export di petrolio russo, barile sopra 110 dollari. Gas fino a +60%

Nulla vieta di acquistare greggio da Mosca, ma di fatto sta diventando quasi impossibile: problemi con banche, assicurazioni e soprattutto trasporti navali

di Sissi Bellomo

Aggiornato alle 15.00 del 2 marzo 2022

(EPA)

3' min read

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Il mercato ha già in buona parte perduto le forniture di petrolio dalla Russia: oltre 10 milioni di barili al giorno,un decimo della produzione mondiale, di cui la metà fino a pochi giorni fa venivano esportati. Non c’è nessun divieto di comprare greggio da Mosca. Eppure, nonostante sia offerto a prezzi super scontati (per l’Ural quasi 20 dollari al barile in meno rispetto al Brent) quasi nessuno vuole – o riesce – più ad ottenerlo. In Occidente così come in Asia.

I barili russi scottano. Le banche, compresa persino qualche banca cinese, sono riluttanti a intermediare l’acquisto, ma soprattutto è diventato molto difficile e costosissimo trasportarli. Il risultato è che «circa il 70% degli scambi di greggio russo oggi sono congelati», stima Energy Aspects.

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«La maggior parte delle major non vuole toccare il petrolio russo, sul mercato sono rimasti solo pochi raffinatori europei e qualche società di trading». E la situazione, secondo la società di consulenza, difficilmente cambierà almeno finché non sarà fatta chiarezza sul quadro complessivo delle sanzioni.

Nessuno nel breve sembra essere in grado di porre rimedio alle difficoltà di approvvigionamento.E le quotazioni del petrolio – spinte da una carenza ormai reale di forniture – continuano a correre: sia il Brent che il Wti scambiano ormai sopra 110 dollari al barile.

L’Opec+, dopo una riunione lampo nel pomeriggio di mercoledì 2 marzo, ha ratificato il “solito” aumento di produzione: le quote saliranno di 400mila barili al giorno anche ad aprile, come nei mesi scorsi. D’altra parte nessuno si aspettava uno sforzo supplementare.

Anche l’annuncio martedì 1 di un maxi rilascio di riserve strategiche non ha avuto nessun effetto: i 60 milioni di barili di greggio promessi dagli Usa e da altri 30 Paesi coordinati dall’Aie bastano a compensare il crollo delle forniture di Mosca per soli 40 giorni, se il livello di esportazioni rimane quello oggi stimato da Energy Aspects, intorno a 1,5 milioni di barili al giorno.

Anche il prezzo del gas intanto sembra senza freni: un rialzo del 60% l’ha spinto a un nuovo record storico, a 185 euro per Megawattora al Ttf. Secondo rumor riferiti dall’agenzia Bloomberg alcuni operatori starebbero rinunciando ad acquistare da Gazprom. Il gas tuttavia per ora continua a scorrere.

Difficoltà molto più serie sta incontrando il petrolio russo. Un numero crescente di compagnie di navigazione – sulla scia dei colossi, tra cui Maersk ed Msc – sta cancellando il Paese dalle proprie rotte, salvo che per trasporti umanitari come quelli di medicinali, e la Gran Bretagna ha vietato alle navi russe di attraccare nei suoi porti: decisioni con un impatto che va ben oltre il petrolio, a toccare qualunque tipo di merce e materia prima.

Gli Usa inoltre hanno inserito nella blacklist delle sanzioni Sovcomflot, il più grande armatore russo, che tra l’altro dispone di un’ampia flotta di navi rompighiaccio, ancora indispensabili in questa stagione per i trasporti dalla regione del Baltico, dove ci sono gli importanti terminal petroliferi di Primorsk e Ust-Luga.

Ammesso di riuscire a trovare una petroliera, bisogna essere disposti a pagarla a peso d’oro: i noli si sono impennati, addirittura quintuplicando in una settimana sulle rotte dal Baltico all’Europa, a 480 Worldscale per le Aframax secondo Energy Intelligence.

Costi record anche per l’assicurazione del carico, che poche compagnie sono ancora disposte a concedere, e per il cosiddetto demurrage che si paga in caso di fermo imprevisto di una nave: per ogni giorno di ritardo nell’area del mar Nero oggi vengono richiesti 200mila dollari, contro i 30-40mila di un tempo, riferiscono fonti della stessa pubblicazione.

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