Fermo il 70% dell’export di petrolio russo, barile sopra 110 dollari. Gas fino a +60%
Nulla vieta di acquistare greggio da Mosca, ma di fatto sta diventando quasi impossibile: problemi con banche, assicurazioni e soprattutto trasporti navali
di Sissi Bellomo
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Il mercato ha già in buona parte perduto le forniture di petrolio dalla Russia: oltre 10 milioni di barili al giorno,un decimo della produzione mondiale, di cui la metà fino a pochi giorni fa venivano esportati. Non c’è nessun divieto di comprare greggio da Mosca. Eppure, nonostante sia offerto a prezzi super scontati (per l’Ural quasi 20 dollari al barile in meno rispetto al Brent) quasi nessuno vuole – o riesce – più ad ottenerlo. In Occidente così come in Asia.
I barili russi scottano. Le banche, compresa persino qualche banca cinese, sono riluttanti a intermediare l’acquisto, ma soprattutto è diventato molto difficile e costosissimo trasportarli. Il risultato è che «circa il 70% degli scambi di greggio russo oggi sono congelati», stima Energy Aspects.
«La maggior parte delle major non vuole toccare il petrolio russo, sul mercato sono rimasti solo pochi raffinatori europei e qualche società di trading». E la situazione, secondo la società di consulenza, difficilmente cambierà almeno finché non sarà fatta chiarezza sul quadro complessivo delle sanzioni.
Nessuno nel breve sembra essere in grado di porre rimedio alle difficoltà di approvvigionamento.E le quotazioni del petrolio – spinte da una carenza ormai reale di forniture – continuano a correre: sia il Brent che il Wti scambiano ormai sopra 110 dollari al barile.
L’Opec+, dopo una riunione lampo nel pomeriggio di mercoledì 2 marzo, ha ratificato il “solito” aumento di produzione: le quote saliranno di 400mila barili al giorno anche ad aprile, come nei mesi scorsi. D’altra parte nessuno si aspettava uno sforzo supplementare.



