Borse, peggior semestre dal 1970 e recessione in vista. Cosa aspettarsi?
Borse in un “mercato orso” e caduta dei bond senza freni. Questo lo scenario dei primi sei mesi dell’anno. Da qualche seduta però si intravedono i segnali di un cambio di strategia da parte degli istituzionali
di Vito Lops
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I punti chiave
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Si è chiuso il peggiore semestre finanziario dagli anni '70. I principali mercati azionari hanno perso oltre il 20%, entrando tecnicamente nelle sabbie mobili del “mercato orso”. Il tutto mentre scoppiava la più grande bolla del mercato obbligazionario di sempre, la stessa che aveva portato fino a qualche mese fa i bond a tassi negativi - neppure contemplati dai manuali scolastici - a valere fino a 18mila miliardi di dollari. Adesso, complice il rialzo globale dei rendimenti in scia allo spauracchio dell'inflazione, questi bond non esistono praticamente più.
Doppio cigno nero
Il devastante doppio cigno nero che ha colpito i mercati - prima la pandemia e poi la guerra tra Russia e Nato - ha costretto le banche centrali a tornare alla normalità per provare ad arginare il “mostro-inflazione” che, nelle proporzioni attuali vicine alla doppia cifra, non si vedeva appunto dagli anni '70. Quel che ne è scaturito, lato mercati finanziari, è stato un bagno di sangue. Il valore delle Borse globali è sceso di 25mila miliardi di dollari, da 122mila a 97mila. Quello dei bond di quasi 10mila miliardi (da 69 a 60). Quello delle criptovalute di oltre 2mila miliardi (da 3mila fin sotto la barriera dei 1.000).
Tengono solo commodities e dollaro
Le uniche classi di investimento che hanno marciato in controtendenza sono le materie prime e il dollaro, che solitamente hanno una correlazione inversa ma in tempi eccezionali come questi sono saliti a braccetto. Il Crb index - uno dei più importanti panieri aggregati di commodities - è salito del 30% da inizio anno e del 175% dai minimi pandemici. Il dollar index è salito del 10% su scala globale superando i 105 punti, come non accadeva dal 2003. L'euro ieri è sceso sotto 1,04 nei confronti del biglietto verde e a questo punto c'è chi inizia a parlare di parità possibile.
L’inflation trade
Unendo i puntini potremmo dire che la prima parte dell'anno è stata dominata dall' “inflation trade”, quella strategia di investimento che mira a liquidare le posizioni che soffrono più di tutte l'impennata del caro-prezzi (bond in primis e poi a ruota la maggior parte dei settori del mercato azionario) per proteggersi proprio sugli asset che cavalcano la corsa dei prezzi fino alla fine, ovvero le materie prime. Nella sua durezza, velocità e violenza, il mercato ha fatto pulizia nel risk-on in particolare tra i titoli tecnologici, quelli più sensibili ai rialzi dei tassi. Basti pensare che degli oltre 3.000 titoli che compongono l'indice statunitense Nasdaq composite, quasi un terzo ha perso oltre l'80% dai rispettivi massimi e più della metà ha lasciato sul terreno oltre il 60%. Numeri simili a quelli che stiamo vedendo nelle criptovalute dove anche gli asset di valore, come Bitcoin ed Ethereum, stanno pagando lo scoppio di una doppia bolla in contemporanea (quella del Nasdaq, a cui le crypto sono oggi correlate, e quella della finanza decentralizzata le cui piattaforme offrivano da tempo rendimenti allegri paragonabili a schemi Ponzi).
I ribassi azionari delle ultime sedute hanno però una connotazione diversa rispetto al film visto nei primi sei mesi dell'anno. Perché sono accompagnati da un rialzo delle obbligazioni (i tassi sono tornati a scendere come si evince dal Treasury a 10 anni sceso al 3% dopo un picco al 3,4% e dal Bund passato dall'1,8% all'1,3% in poche giornate). E questa volta le materie prime, anziché salire come da copione da “inflation trade”, stanno scendendo, offrendo segnali di stanchezza.


