Napoli campione d’Italia, ma la vittoria più difficile resta quella sui cliché
I ragazzi di Spalletti pareggiano in casa dell’Udinese: è il terzo scudetto della storia del club. Il Napoli di De Laurentiis vince «nonostante» Napoli, ma alla fine si consegna all’abbraccio della città
di Francesco Prisco
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I punti chiave
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Basta un 1-1 in casa dell’Udinese e il Napoli conquista il terzo scudetto della propria storia. Al 13’ erano passati in vantaggio i padroni di casa con Lovric, pari partenopeo al 52’ con il solito Osimhen che, nell’esultanza, sfascia anche la mascherina. Un risultato storico che matura in trasferta, alla Dacia Arena, dove al fischio finale ci scappa anche l’invasione di campo, mentre a 870 chilometri di distanza il «Maradona» è comunque gremito per la visione collettiva su maxi-schermo della partita. E a fine visione parla Aurelio De Laurentiis: «Grazie, grazie, grazie. Voi mi avete sempre detto vogliamo vincere. E abbiamo vinto tutti quanti insieme». E promette altri titoli e poi la Champions.
Partiamo da dove tutti vorrebbero che partissimo: il Napoli è campione d’Italia per la terza volta nella sua storia, a 33 anni dall’ultimo precedente. Lo scudetto numero tre arriva nel 2023, alla 33esima giornata di campionato: un tripudio di «tre» - numero magico per eccellenza - saluta il lieto evento lungamente atteso nella città che ha fatto della Cabala il suo quinto Vangelo. Senza contare che Ricomincio da tre era pure il titolo dell’esordio cinematografico dell’icona locale Massimo Troisi.
Partiamo da qua perché, quando raccontiamo Napoli, bisogna sempre raccontarne il cliché, la pizza, il mare, i vicoli, il murale di Maradona, la grande bellezza e Pulcinella, ultimamente frequentato più dai tifosi milanisti che napoletani. Questo dev’essere uno scudetto «simpatico», perché i napoletani hanno il dovere della simpatia. Guai a disturbare con visioni alternative: si arrabbiano i non napoletani e, sotto sotto, pure i napoletani, quelli che in pubblico ruggiscono contro gli stereotipi ma in privato sono i primi ad alimentarli e poi nutrirsene.
Partiamo da qua, ma per onestà intellettuale toccherebbe dire che è tutta oleografia, narrazione, né più né meno che un imbroglio. Perché il bello di questo terzo scudetto del Napoli sta proprio nel fatto che è il meno «napoletano» dei tre: ha vinto un Napoli cannibale, prepotente in campo e - giustamente - anche fuori. Questo è stato lo scudetto vinto dal lavoro di gente che - per larga parte della stagione - non ha fatto niente per riuscire simpatica a tutti i costi.
Lo scudetto di Adl
È stato lo scudetto di Aurelio De Laurentiis, produttore cinematografico di nobile stirpe, il romano di origini irpine che ha costruito un’azienda familiare in cui - dettaglio non banale - a Castel Volturno, a 32 chilometri di distanza dallo Stadio Maradona, tutti i giorni lavorano 27 professionisti di 18 nazionalità diverse che tra di loro comunicano esclusivamente in inglese. È arrivato nel 2004, dopo il fallimento della Ssc Napoli che era stata di Maradona, ha messo l’attivo di bilancio al primo posto in tutte le gerarchie societarie e, ripartendo dalla Serie C, ha vinto il titolo in 19 anni. Giusto uno in più rispetto a quanti ce ne mise Ferlaino. E senza avere in rosa il miglior giocatore di tutti i tempi, comprato coi soldi del Banco di Napoli.


