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Audiovisivo, sul tax credit il muro di Mediaset e Rai al decreto correttivo

I due broadcaster sono in allarme sul tema del bilanciamento dei diritti con i produttori. Il ministero della Cultura era intervenuto sul tema per uniformare i trattamenti fra Tv e piattaforme

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Il nuovo tax credit cinema e audiovisivo fa alzare il livello d’allarme fra i due principali broadcaster italiani. A quanto verificato dal Sole 24 Ore Mediaset e Rai hanno bussato alle porte dei dicasteri interessati – ministero della Cultura e dell’Economia – per esprimere la loro contrarietà su alcuni punti del decreto correttivo allo studio e atteso alla pubblicazione a breve. E lo avrebbero fatto con determinazione, nella convinzione che quel testo uscito dal Mic, ora in bozza e al centro delle interlocuzioni con il Tesoro, sia penalizzante per i broadcaster nella loro veste di investitori sulle produzioni audiovisive nazionali.

Con questo decreto, come anticipato sul Sole 24 Ore dello scorso 28 dicembre, il ministero della Cultura intende apportare modifiche al decreto che ha visto la luce in estate.

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Sul tema tax credit opere televisive Mediaset ha da sempre contestato innanzitutto l’impossibilità di poterne usufruire nella veste di produttrice con le sue società, visto che alcuni produttori indipendenti – questa è la tesi del gruppo di Cologno – sono anche espressione di gruppi che hanno addentellati televisivi, come Fremantle che rientra nel gruppo Rtl ad esempio.

La parte che ha indotto Mediaset e Rai a uscire allo scoperto, esibendo il pollice verso, è però in questo caso quella riguardante il bilanciamento dei diritti fra produttori e committenti. Due i punti contestati. Il primo discende dal fatto che il correttivo interviene aumentando dal 50% al 100% la parte di diritti pay Tv e video on demand che rimarrebbero in capo ai produttori in caso di primario sfruttamento in free Tv. La percentuale del 100% dei diritti era invece già prevista in caso di primario sfruttamento in Vod (e quindi nella dinamica fra produttori e piattaforme) per la parte di free tv. Quindi per una produzione diretta a Rai o Mediaset i diritti pay tv e video on demand restano per il 50% ai broadcaster, mentre per le produzioni dirette alle piattaforme sui diritti di free tv non resta nulla a Netflix & Co (e va tutto ai produttori).

Il decreto è intervenuto quindi per uniformare i trattamenti, mettendosi anche al riparo – questa potrebbe essere stata la ratio degli uffici del Ministero suggerita anche da un parere legale interno – dalla possibilità di ricorsi. L’altro punto riguarda la finestra di esclusiva.

Se nel primo caso è difficile che il Mic possa tornare indietro, come invece vorrebbero Mediaset e Rai, qui invece un intervento potrebbe esserci perché, in effetti, la bozza di testo ora presenterebbe una condizione che potrebbe risultare peggiorativa per le Tv e in contrasto con l’esigenza di avere un trattamento uniforme fra Tv e piattaforme. Stando al correttivo, infatti, i produttori al lavoro con i broadcaster mantengono l’esclusiva sui diritti Vod mentre per quelli al lavoro con le piattaforme sui diritti free tv c’è un “holdback”, un’impossibilità di farne uso, salita da 12 a 18 mesi. È abbastanza verosimile che, nel testo definitivo, questo lasso di tempo (o comunque un’altra durata, ma uguale per Tv e piattaforme) verrà inserito anche con riferimento alle opere con primario sfruttamento free Tv.

Su questi elementi Mediaset e Rai si sono fatte sentire. Dal canto loro, a quanto risulta al Sole 24 Ore, i ministeri interessati ora sono al lavoro. Anche perché nelle intenzioni il decreto correttivo dovrebbe arrivare prima possibile, o comunque prima dell’inizio di marzo quando sarà discusso il ricorso al Tar promosso da alcune società.

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