Banche, cresce il rischio energia. Moody’s: Italia e Germania più «vulnerabili»
Solo verso le utilities l’esposizione ha superato oltre 350 miliardi di euro, situazione ancora sotto controllo per le autorità di vigilanza ma c’è il timore che i crediti deteriorati tornino ad aumentare
di Sissi Bellomo
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La crisi energetica non rappresenta ancora un pericolo per la stabilità finanziaria, agli occhi delle autorità di vigilanza. Ma per le banche europee comincia ad emergere qualche segnale di rischio, che invita ad alzare la guardia in un contesto come quello attuale, che presenta molteplici sfide: dalle tensioni geopolitiche al rialzo dei tassi d’interesse, al progressivo indebolimento del quadro macro economico, che potrebbe sfociare in una recessione.
L’ultimo a suonare un campanello d’allarme è stato il presidente del Supervisory board della Bce, Andrea Enria, che lunedì 7 di fronte all’Eurogruppo ha richiamato l’attenzione su un possibile «deterioramento più pronunciato della qualità degli asset» e su una «crescita degli Npl» (Non performing loans o crediti deteriorati).
Enria ha dato qualche cifra, emersa da «un’indagine approfondita» sulle banche europee vigilate: tra crediti e derivati l’esposizione complessiva verso i maggiori trader di materie prime energetiche ammonta a circa 70 miliardi di euro, mentre i prestiti alle utilities «sono aumentati» fino a superare 350 miliardi di euro a giugno 2022, il 5,5% dei totale dei crediti corporate.
La quota di per sè non è enorme. Ma c’è stata un’ulteriore crescita rispetto a quanto aveva segnalato la European Banking Authority (Eba), che per marzo la dava al 5,3%.
Un allarme l’ha lanciato di recente anche Moody’s, facendo i nomi di alcune banche europee che ritiene particolarmente «vulnerabili», di cui tre italiane: Banco Bpm, Intesa Sanpaolo e Unicredit.


