Rialzi Fed, perché (di solito) i mercati non si spaventano
L’analisi Payden & Rygel: le «strette» monetarie sono in genere già scontate e arrivano quando l’economia è in ripresa. Ma stavolta l’inflazione (e la guerra) rischiano di mettere i bastoni fra le ruote.
di Maximilian Cellino
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I punti chiave
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Venticinque centesimi, per iniziare. Non una novità per la Federal Reserve, che quasi sempre è partita con una mossa di tale misura in occasione dei precedenti cicli rialzisti dei tassi di interesse Usa, senza peraltro spaventare né i mercati azionari, né il resto della attività finanziarie a rischio. A dimostrarlo è anzitutto il fatto che in occasione degli ultimi otto episodi simili (che abbracciano gli ultimi 40 anni di storia) l’indice S&P 500, il principale della Borsa di New York, sia poi cresciuto nei tre mesi successivi nella metà dei casi: una percentuale questa che sale al 75% nella foto scattata 6 mesi dopo e addirittura al 100% nello spazio temporale di un anno.
I precedenti favorevoli
Questo significa che se dal 1983 in poi si fosse investito a Wall Street nel giorno del cambio di marcia da parte di Washington si sarebbe in media guadagnato il 2,7% dopo un trimestre, il 7,5% in 6 mesi e il 10,8% in un anno. Ma risultati favorevoli si sarebbero potuti ottenere in Europa o sull’azionario a livello globale e anche su altre classi di investimento come le obbligazioni, che si tratti di titoli di Stato, corporate, high yield o anche di Paesi emergenti, come ricorda l’analisi di Payden & Rygel basata in questo caso sugli interi ultimi tre cicli rialzisti (e non sul solo primo anno), oltre che sulla stagione di riduzione del bilancio federale (il cosiddetto «Qt», quantitative tightening) tra il 2017 e il 2019.
La spinta della crescita
Una sorpresa forse, ma fino a un certo punto. Occorre infatti considerare che nel momento in cui la Federal Reserve (così come le altre Banche centrali) passa all’azione il mercato è stato già ben preparato, ha già scontato la stretta e probabilmente anche gran parte delle mosse successive. Ma bisogna soprattutto pensare che il cambiamento di direzione della politica monetaria in senso restrittivo avviene di solito in presenza di uno scenario di crescita economica. E con la ripresa che soffia alle spalle si può anche mettere in conto che le classi di investimento più rischiose siano in grado di ben figurare, anche quando il costo del denaro aumenta.
L’incognita inflazione
Detto questo, è evidente che ogni caso faccia storia a sé e che gli esempi passati possano anche rivelarsi fuorvianti, a maggior ragione perché risulta evidente come il 2022 che stiamo vivendo presenti significative peculiarità: per l’ultimo biennio segnato dalla pandemia e non solo. Il primo carattere distintivo riguarda l’inflazione, molto più alta (7,5% negli Stati Uniti, ma anche il 5,8% in Europa) che in passato. «Negli ultimi quattro cicli economici - osserva Jeffrey Cleveland, capoeconomista di Payden & Rygel - le banche centrali si sono potute concedere il lusso di mantenere una politica monetaria più espansiva per promuovere crescita e occupazione perché l’inflazione si è mantenuta bassa in tutto il mondo sviluppato».
I prezzi viaggiano invece al momento quasi ovunque su un livello più elevato di quanto desiderato dalle Banche centrali (che in generale hanno come mandato principale il loro controllo) e non sembrano certo destinati a calmarsi nel breve termine. E se a maggior ragione la priorità di chi adotta le decisioni sui tassi rimane che le aspettative di inflazione restino «ancorate», siano cioè sotto controllo, occorre d’altra parte fare attenzione che questo non avvenga a spese della crescita e dell’occupazione.

