BTp oltre il 4%, basterà per riportare l’appetito negli investitori?
Il rendimento del decennale italiano torna ai livelli di fine 2013 in un contesto di mercato opposto. Ma i fondamentali (e l’Europa) sono più rassicuranti rispetto allo scorso decennio
di Maximilian Cellino
3' min read
I punti chiave
3' min read
Quattro per cento. Gli amanti delle cifre tonde ne hanno da ieri una in più da valutare per il rendimento del BTp decennale. Il titolo di Stato italiano più rappresentativo è infatti salito su livelli che non si vedevano dalla fine del 2013 per spingersi fino al 4,11% e tagliare così un traguardo in sé poco è ambito, ma che soprattutto rischia di non essere quello finale.
Il mercato «sfida» la Bce
La svolta «aggressiva» imposta alla politica monetaria dalla Bce a inizio giugno e ancora di più la mancanza di indicazioni concrete riguardo allo strumento anti-frammentazione stanno segnando l’andamento dei bond sovrani europei e in particolare di quelli dei Paesi periferici, Italia e non solo. L’impressione è che il mercato stia ormai apertamente sfidando l’Eurotower sulla reale volontà di interventire su un simile campo e che gli spread si stiano muovendo di conseguenza.
I costi per il Tesoro
Oltre al differenziale di rendimento italiano nei confronti della Germania, balzato a 248 punti base, nelle ultime settimane si sono allargati anche quello spagnolo (136), portoghese (137) e quello greco che ha raggiunto quota 278. Un movimento questo che, unito al rialzo di base del Bund (ormai all’1,63%), il Tesoro sta già pagando caro. Nei primi cinque mesi dell’anno ha infatti emesso titoli a un tasso medio già 7 volte superiore ai minimi storici del 2021 (0,71% contro 0,10%) ed è subito chiamato a un nuovo test con un’asta di BTp a 3, 7 e 30 anni per un massimo di 6 miliardi di euro.
Il confronto con il 2013
Nell’inevitabile confronto con lo scorso decennio e con l’ultima apparizione del rendimento italiano al 4% spicca anzitutto una situazione di mercato diametralmente opposta. Nel dicembre 2013 la Bce non aveva ancora attivato il piano di riacquisti che si conclude ufficialmente a fine giugno e che almeno fino a poco fa aveva spinto ai minimi storici i rendimenti dell’intera Eurozona. La sola «promessa» del whatever it takes pronunciata da Mario Draghi un anno e mezzo prima aveva già di per sé contribuito a ridurre lo spread BTp-Bund, che viaggiava attorno a 200.
Ma se l’inerzia dei listini è adesso tutta in salita, il quadro dei fondamentali, e non solo quello, rende in genere gli analisti molto meno preoccupati. «In questi anni gli Stati hanno allungato le scadenze medie dei loro titoli per ridurre l’impatto di eventuali rialzi dei tassi e anche nel caso dell’Italia, la traiettoria di rientro del debito pubblico può essere messa in discussione più dall’andamento economico che dallo spread», riconosce Matteo Ramenghi, capo degli investimenti di Ubs Wm in Italia, facendo notare come lo scorso anno l’indebitamento sia sceso grazie alla forte crescita nominale del Pil: «Uno scenario che potrebbe ripetersi anche nel 2022».


