Il debito pubblico

BTp, oltre lo «scudo» Bce: occorre convincere gli investitori esteri a tornare

Gli esteri hanno ridotto a febbraio la quota di titoli in portafoglio sotto i 500 miliardi. Con la fine del «Qe» la sostenibilità delle spese per il debito italiano dipende anche dalle loro scelte

di Maximilian Cellino

Bce: "Whatever it takes" per i prezzi e scudo spread

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Era stato dello 0,372% in media lo scorso anno, è più che triplicato all’1,339% in questo primo scorcio del 2022, ma adesso staziona al 2,12% e pochi sanno in fondo dove potrà spingersi nei prossimi mesi. Il rendimento del BTp a 7 anni sul mercato secondario è un valore chiave per chi vuole avere un’idea di quali siano di questi tempi le preoccupazioni per il Tesoro. È infatti proprio quella la scadenza media del debito italiano che si è chiamati a rinnovare ogni anno e la dinamica seguita dai suoi tassi offre un’indicazione piuttosto fedele dell’aumento delle spese a cui si rischia di andare incontro per il suo finanziamento. Il tutto dopo anni in cui gli oneri si erano al contrario ridotti ai minimi termini grazie soprattutto al ruolo delle politiche ultra-espansive della Bce.

CHI POSSIEDE I BTP

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La situazione attuale

I dati ufficiali del Ministero parlano per il primo trimestre dell’anno di un costo medio all’emissione dello 0,42%, più che quadruplicato rispetto al 2021, ma si tratta di un bilancio evidentemente provvisorio. Perché a determinarlo concorrono anche le operazioni sui BoT i cui tassi restano per il momento ancora negativi e i cui effetti si esauriscono al massimo in 12 mesi, mentre il rendimento medio per le emissioni a medio-lungo termine, quelle che avranno impatto anche sugli anni a venire, era già superiore allo 0,80 per cento. Ma soprattutto perché questo valore è già cresciuto con l’asta di mercoledì scorso e quasi sicuramente lo farà ancora per riflettere le tendenze in atto sui mercati obbligazionari.

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Ed è proprio su questa tendenza che ci si interroga per capire se e quanto la dinamica delle finanze italiane possa tornare a rischio in futuro dopo anni in cui il costo a servizio del debito è appunto costantemente sceso grazie ai minitassi. Va detto che in termini assoluti il rapporto fra interessi versati e stock di titoli sembra destinato in ogni caso a diminuire ancora una volta nel 2022 rispetto al 2,35% registrato alle fine dello scorso anno. Questo perché i nuovi BTp sono emessi a tassi mediamente più bassi di quelli che vanno a sostituire poiché in scadenza, ma anche qui i margini di manovra rischiano di essersi adesso ridotti in misura significativa.

Le incognite del futuro

L’andamento dei tassi di mercato è dunque da tenere sotto attenta osservazione, anche se su questo fronte l’Italia ha stavolta poche responsabilità. È infatti evidente come i rialzi sui BTp si accompagnino di questi tempi a quelli di tutti o quasi i titoli di Stato a livello globale, a cominciare dai Bund tedeschi e dai Treasury Usa ritenuti i bond più sicuri sulla piazza che viaggiano ormai su massimi pluriennali: una tendenza generale determinata dalle attese per le mosse sul costo del denaro delle Banche centrali, impegnate a frenare il preoccupante ritorno dell’inflazione.

La riprova sta nella correlazione elevata che accompagna ormai da tempo i movimenti dei titoli di Italia e Germania e e in quel restare a galla fra i 150 e i 170 punti base dello spread che separa i due Paesi. Il «rischio Italia» sembra insomma permanere in questa fase defilato in secondo piano e in attesa di eventi politici in grado di riportarlo a galla (le elezioni in programma fra un anno, per esempio) la principale incognita pare essere rappresentata dalle capacità del mercato di riassorbire la quota di nuove emissioni che la Bce non ritirerà più dal mercato (o farà in misura largamente inferiore rispetto al passato) con la fine dei propri piani di riacquisto.

Come sostituire la Bce

L’Eurotower non sparirà certo dal mercato, dato che continuerà per il momento a impiegare il denaro ottenuto dalle cedole e dal rimborso dei titoli giunti nel frattempo a scadenza. E non è da escludere che possa condurre queste attività di reinvestimento in modo flessibile, privilegiando cioè i Paesi a carico dei quali dovessero emergere tensioni anche oltre le loro quote di partecipazione al capitale dell’Istituto centrale. Sarebbe in fondo questo il nuovo «scudo» sullo spread attorno al quale sono sorte indiscrezioni nei giorni scorsi: da applicare non soltanto per i titoli che fanno parte del programma pandemico Pepp, ma eventualmente anche a quelli (ben più numerosi) del piano tradizionale Pspp.

Per il Tesoro resta quindi fondamentale trovare nuovi acquirenti (o almeno non perdere gli esistenti) e qui lo sguardo va inevitabilmente a quegli investitori esteri che negli ultimi tempi hanno notevolmente ridotto la propria esposizione e che a fine febbraio detenevano titoli italiani per poco meno di 500 miliardi di euro. È vero che un livello tale di esposizione riduce anche il rischio di episodi di forti svendite simili a quelli vissuti in un passato non troppo distante, come spiegano gli analisti, ma convincere la platea internazionale a tornare sui propri passi una volta per tutte darebbe una marcia in più ai nostri BTp.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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