BTp più cari, ma S&P ha fiducia nell’Italia (per ora)
Rendimenti in crescita nell’asta del Tesoro, ma il fenomeno è globale e legato a inflazione e crescita. E gli esperti guardano piuttosto alle decisioni Bce sui riacquisti di titoli
di Maximilian Cellino
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I punti chiave
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Torna a crescere il costo del debito italiano all’emissione, come era prevedibile, ma non è il rischio politico ad averlo reso più caro come ha riconosciuto ieri anche S&P Global Ratings. Nella prima asta pubblica vera e propria del 2022 il Tesoro ha infatti collocato BTp per un ammontare di 7 miliardi di euro. Lo ha fatto attirando come di consueto una buona domanda da parte degli investitori, ma dovendo loro concedere rendimenti di maggior sostanza rispetto alle precedenti aste: 24 centesimi in più sul titolo a 3 anni (collocato allo 0,14% e quindi di nuovo in territorio positivo per la prima volta dal 2020) e 29 in più sul settennale (piazzato allo 0,89%).
Rincaro inevitabile
Il ritocco appare per molti aspetti inevitabile, se si tiene conto dell’attuale fase di mercato che vede il livello dei tassi in aumento ovunque. Un riflesso, questo, condizionato dal ritorno della crescita economica dopo lo shock -pandemico e soprattutto dopo l’improvvisa riapparizione dell’inflazione. È in particolare proprio quest’ultimo elemento a condizionare, soprattutto in prospettiva, le decisioni delle banche centrali e di conseguenza i rendimenti obbligazionari. E a dimostrarlo sono anzitutto i movimenti dei titoli «privi di rischio» come il Treasury Usa, i cui rendimenti decennali viaggiano all’1,72% contro l’1,09% di dodici mesi fa. O il Bund tedesco, di tassi ancora vicini allo zero (-0,08%) e quasi 50 centesimi sopra i livelli minimali di inizio 2021.
I rischi in più dell’Italia
A questo fenomeno generalizzato l’Italia e i suoi BTp (all’1,29% sulla scadenza decennale rispetto allo 0,55% di un anno fa) rischia di aggiungere due ulteriori elementi di peculiarità: l’incognita politica connessa all’elezione del Presidente della Repubblica e soprattutto al destino di Mario Draghi, l’uomo che rappresenta più di una garanzia per i mercati; e quella legata alla progressiva riduzione degli acquisti da parte della Bce.
L’impressione è che fra i due potenziali ostacoli sul cammino del Tesoro il mercato mantenga al momento un atteggiamento piuttosto indulgente nei confronti del risorgere del rischio politico. Il differenziale di rendimento nei confronti della Germania, tradizionale barometro della tensione che aleggia sul Paese, ha dato qualche segno di instabilità, ma il suo valore si è comunque mantenuto finora entro confini accettabili: al momento viaggia a 137 punti base e non lontano dalla quota di inizio anno.
«Non temo un aumento significativo dello spread in vista delle elezioni presidenziali e credo anzi che il suo valore si possa mantenere più o meno sui livelli attuali», spiegava Sylvain Broyer, capoeconomista di S&P Global Ratings rispondendo a Il Sole 24 ore durante una conferenza stampa sulle prospettive per l’Italia. Le insidie non mancano di certo: «Una delle priorità del Paese è non mettere a rischio l’alto livello di fiducia generato fra le imprese e i consumatori dall’avvio del processo di riforme innescato dal programma di aiuti europei», ammetteva Broyer, restando tuttavia del parere che «fra i parlamentari non vi sia un forte incentivo per andare a elezioni anticipate» e per questo motivo «abbastanza fiducioso in una situazione di continuità».


