Palantir e i fondi scardinano la Difesa. Serve un modello di mercato alternativo
di Claudio Antonelli
di Marzia Redaelli
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Bund e Treasury hanno perso lo status di bene rifugio. Il fatto non ha nulla a che vedere con l’affidabilità degli emittenti, che sono il Tesoro tedesco e quello americano. Si tratta, piuttosto, dei timori di inflazione, che sono più forti di quelli della guerra, che peraltro è inflattiva.
Le quotazioni dei titoli di Stato della Germania (Bund) e quelli degli Stati Uniti (Treasury) hanno ceduto infatti alle aspettative di rialzo dei prezzi, che ai livelli attuali rendono negativi i tassi di interesse reali: l’inflazione Usa è al 7,9%, la più alta dal 1982; quella europea è al 5,9%, un record assoluto da quando esiste l’Eurozona. Invece, i rendimenti di Bund e Treasury a dieci anni sono, rispettivamente, a +0,5% e a +2,3%.
Anche i rendimenti sono risaliti a quote che non si vedevano da un po’ (alla primavera del 2018 per il Bund e a quella del 2019 per il Treasury), ma non a sufficienza per coprire il carovita. Anzi, la distanza è parecchia, anche a considerare un rientro dell’inflazione su livelli più normali che non siano esacerbati dai problemi logistici delle materie prime. Tuttavia, gli analisti spiegano che i prezzi al consumo si raffredderanno, ma che non torneranno per un bel po’ di tempo ai livelli pre-pandemia, perché sono in atto cambiamenti che li surriscaldano.
«I livelli di inflazione attuali non sono sostenibili - spiega Filippo Lanza, Portfolio Manager di Hedge Invest Numen Credit Fund -, ma le spinte inflattive strutturali rimarranno anche dopo una normalizzazione e dobbiamo abituarci a vivere in un ambiente con inflazione perdurante. Tra i fattori principali che fanno pressione sui prezzi ci sono la rilocalizzazione della produzione in seguito agli shock recenti alle catene produttive globali, che neutralizzerà i benefici della globalizzazione, e il costo della transizione energetica. Il picco di inflazione al 5-10% sarà momentaneo e passerà per la fine dell'anno, ma l'inflazione si assesterà a livelli ben più alti di quelli a cui siamo stati abituati negli ultimi 20 anni, ben sopra il 2%. Questi livelli non potranno supportare il livello attuale dei tassi di rendimento governativi. Le conseguenze saranno sostanziali per tutto il mercato del reddito fisso governativo e societario europeo, andando ad impattare maggiormente sugli emittenti maggiormente indebitati».
In vista del costo del denaro più alto e con i rendimenti delle obbligazioni sotto l’inflazione, gli investitori vendono i titoli di debito, le quotazioni scendono e i rendimenti a scadenza si alzano, almeno finché non diventerà di nuovo conveniente comprarli. Secondo Lanza, non è ancora tempo: «Non crediamo che le obbligazioni governative o ad alto merito di credito siano un buon investimento al momento. Con alta probabilità ci saranno migliori punti di acquisto nei prossimi 12 mesi, soprattutto in Europa: o perché il mercato è troppo preoccupato per una recessione che non arriverà a breve, e quindi il tasso sui Bund potrebbe tornare a livelli non visti negli ultimi dieci anni; oppure perché una recessione, invece, arriverà e gli spread (i differenziali di rendimento, ndr) al momento non la prezzano ancora».