Investimenti

Bund e Treasury perdono appeal con la guerra e il rialzo dei tassi

I titoli di Stato considerati da sempre porti sicuri patiscono gli effetti inflattivi della guerra e le intenzioni restrittive delle banche centrali

di Marzia Redaelli

Afp, The New York Stock Exchange

3' min read

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Bund e Treasury hanno perso lo status di bene rifugio. Il fatto non ha nulla a che vedere con l’affidabilità degli emittenti, che sono il Tesoro tedesco e quello americano. Si tratta, piuttosto, dei timori di inflazione, che sono più forti di quelli della guerra, che peraltro è inflattiva.

Il balzo dei rendimenti

Le quotazioni dei titoli di Stato della Germania (Bund) e quelli degli Stati Uniti (Treasury) hanno ceduto infatti alle aspettative di rialzo dei prezzi, che ai livelli attuali rendono negativi i tassi di interesse reali: l’inflazione Usa è al 7,9%, la più alta dal 1982; quella europea è al 5,9%, un record assoluto da quando esiste l’Eurozona. Invece, i rendimenti di Bund e Treasury a dieci anni sono, rispettivamente, a +0,5% e a +2,3%.

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Anche i rendimenti sono risaliti a quote che non si vedevano da un po’ (alla primavera del 2018 per il Bund e a quella del 2019 per il Treasury), ma non a sufficienza per coprire il carovita. Anzi, la distanza è parecchia, anche a considerare un rientro dell’inflazione su livelli più normali che non siano esacerbati dai problemi logistici delle materie prime. Tuttavia, gli analisti spiegano che i prezzi al consumo si raffredderanno, ma che non torneranno per un bel po’ di tempo ai livelli pre-pandemia, perché sono in atto cambiamenti che li surriscaldano.

TASSI IN ACCELERAZIONE

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Inflazione

«I livelli di inflazione attuali non sono sostenibili - spiega Filippo Lanza, Portfolio Manager di Hedge Invest Numen Credit Fund -, ma le spinte inflattive strutturali rimarranno anche dopo una normalizzazione e dobbiamo abituarci a vivere in un ambiente con inflazione perdurante. Tra i fattori principali che fanno pressione sui prezzi ci sono la rilocalizzazione della produzione in seguito agli shock recenti alle catene produttive globali, che neutralizzerà i benefici della globalizzazione, e il costo della transizione energetica. Il picco di inflazione al 5-10% sarà momentaneo e passerà per la fine dell'anno, ma l'inflazione si assesterà a livelli ben più alti di quelli a cui siamo stati abituati negli ultimi 20 anni, ben sopra il 2%. Questi livelli non potranno supportare il livello attuale dei tassi di rendimento governativi. Le conseguenze saranno sostanziali per tutto il mercato del reddito fisso governativo e societario europeo, andando ad impattare maggiormente sugli emittenti maggiormente indebitati».

Vendite sui bond

In vista del costo del denaro più alto e con i rendimenti delle obbligazioni sotto l’inflazione, gli investitori vendono i titoli di debito, le quotazioni scendono e i rendimenti a scadenza si alzano, almeno finché non diventerà di nuovo conveniente comprarli. Secondo Lanza, non è ancora tempo: «Non crediamo che le obbligazioni governative o ad alto merito di credito siano un buon investimento al momento. Con alta probabilità ci saranno migliori punti di acquisto nei prossimi 12 mesi, soprattutto in Europa: o perché il mercato è troppo preoccupato per una recessione che non arriverà a breve, e quindi il tasso sui Bund potrebbe tornare a livelli non visti negli ultimi dieci anni; oppure perché una recessione, invece, arriverà e gli spread (i differenziali di rendimento, ndr) al momento non la prezzano ancora».

Il mercato vede recessione

Nel lungo periodo, però, i rendimenti delle obbligazioni si incurvano verso il basso, come se il mercato si aspettasse una recessione e, dunque, ancora una riduzione dei tassi. Per i titoli di Stato americani, i rendimenti dei titoli a cinque anni sono superiori a quelli dei decennali e la differenza con i trentennali è ai minimi dal 2007. Secondo Michael Palatiello, a.d. di Wings Partners, il mercato scommette su una inversione della politica monetaria già nel corso del prossimo anno. Lanza spiega che la Banca centrale americana potrebbe fermare il rialzo dei tassi nell’ultimo trimestre del 2023, perché consumi e occupazione Usa sono forti e le politiche fiscali supportano l’economia. È da lì, infatti, che le curve dei rendimenti obbligazionari iniziano ad appiattirsi.

I Treasury hanno rendimenti più appetibili degli europei, ma c’è il rischio dollaro, che si indebolirebbe con il calo dai livelli attuali; eventualità possibile anche con la fine - auspicabile entro breve - della guerra tra Russia e Ucraina e con la riduzione delle tensioni geopolitiche, che abbasserebbero il premio del biglietto verde.

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