Dimissioni, stipendio e mito del posto fisso: come cambia la mappa dei desideri
Prevale a volontà, sempre più concreta e tangibile, di trovare un lavoro maggiormente in linea con le proprie ambizioni, priorità e valori
di Gianni Rusconi
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Ci sono attualmente diversi “dossier” sul tavolo di chi si occupa di risorse umane in senso stretto e di chi, all'interno dell’organizzazione, ricopre un ruolo di leadership ed è a capo di un team. Il fenomeno della “Great Resignation”, e quindi delle persone che decidono di lasciare il proprio lavoro - in alcuni casi senza avere già pronta un’alternativa e (con una frequenza sempre maggiore) intraprendendo percorsi professionali non in linea con l’impiego precedentemente ricoperto - è sicuramente uno di questi. Prassi da considerarsi ormai come normale? Secondo Orazio Stella, senior partner della società di ricerca e selezione Loriga&Associati, ci sono da fare alcune considerazioni in merito.
“Non dobbiamo pensare – spiega - che questo fenomeno sia riconducibile all’idea astratta di aprire, come spesso sentiamo dire, un chiringuito su una spiaggia tropicale, proprio perchè è legato alla volontà, sempre più concreta e tangibile, di cercare e trovare un lavoro maggiormente in linea con le proprie ambizioni e priorità, con i propri valori. Ed è questo l’aspetto sui cui le aziende e i manager dovranno concentrarsi: se fino a pochi anni fa il lavoro era il mezzo attraverso il quale generare il reddito necessario a soddisfare i propri bisogni materiali, oggi, ed in futuro lo sarà sempre di più, le persone in generale e i nati dal 1990 in avanti in misura ancora superiore, sono molto meno disponibili a negoziare la propria realizzazione personale e professionale e a scendere a compromessi, anche a fronte di una retribuzione interessante”.
La questione è nota, riflette un sentiment che viene dal basso in risposta a un cambiamento di percezione dei valori legati all’attività professionale e mette in qualche modo all’indice il management, a cui si può imputare in qualche modo la responsabilità per la “fuga” degli addetti dal posto fisso. Ma è davvero così?
Secondo Stella, “più che di una specifica responsabilità dei responsabili Hr, parlerei della difficoltà che hanno molti senior team di grandi e medie imprese nel formulare una proposta che risulti interessante per i propri dipendenti e che sia, allo stesso tempo, in linea con le strategie aziendali. Spesso, in passato, si è pensato che si potesse onorare quello che viene chiamato il contratto psicologico tra azienda e dipendente, ipotizzando pacchetti retributivi particolarmente attrattivi. Oggi, invece, c’è grande attenzione anche al senso da dare all’attività svolta dentro l’organizzazione, e questo senso è spesso formulato in maniera vaga o, addirittura, nemmeno ipotizzato”.
Altro tema oggetto di discussione è proprio il peso dello stipendio sulle decisioni di futuro impiego dei lavoratori. Alcuni numeri, in tal senso, parlano chiaro: negli ultimi dodici mesi si stima che abbiano cambiato professione il 76% dei Millennials (e il 28% della Generazione X) e solo in meno del 10% dei casi la retribuzione è stata un fattore decisivo nella scelta.

