Mercati

Ecco perché i Paesi emergenti stanno attirando capitali record dal 2001

Bank of America l’ha ribattezzata la «Em Euforia»: forti flussi di capitali, Borse e bond in rialzo. I motivi del boom partono ad ottobre. E i rischi?

di Morya Longo

(denisismagilov - stock.adobe.com)

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Bank of America l’ha ribattezzata «Em Euforia», dove Em sta per mercati emergenti. In questo primo scorcio del 2023 (ma in realtà a partire da ottobre) Sud America, Asia, Africa ed Est Europa sembrano essere diventati l’Eldorado degli investitori. Dal sondaggio che Bank of America conduce tra i gestori globali emerge per esempio che a febbraio c’è stato il maggior dirottamento di capitali a favore dei fondi dedicati ai Paesi emergenti almeno dal 2001 (quando il sondaggio è iniziato). La variazione, calcolata su base trimestrale, è stata del 51%. Record.

E i dati elaborati da ll’Institute of International Finance (IIF) raccontano la stessa identica storia: nel mese di gennaio sulle Borse e sui bond dei Paesi emergenti ci sono stati flussi netti in entrata pari a 65,7 miliardi di dollari. Massimo almeno dal gennaio 2021, quando inizia la misurazione. E in effetti le performance sono state rilevanti sia sui bond sia sulle Borse emergenti. Insomma: sembra che tutti vogliano investire in questi Paesi.

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La domanda da porsi è: durerà? Si tratta di investimenti che hanno un’ottica di lungo periodo, oppure rischia di essere solo «hot money»? Cioè denaro bollente che scappa al primo vento contrario? Che rischi comporta questa «Em Euforia» per gli investitori e per gli stessi Paesi emergenti?

I motivi finanziari del boom

Per capire quanto sia sostenibile nel medio termine questo fenomeno, bisogna partire dai motivi che l’hanno prodotto. Come detto il rally dei bond e delle azioni dei Paesi emergenti è iniziato ad ottobre 2022. E non è un caso. Da quel momento sono infatti avvenuti alcuni eventi, sui mercati, che hanno favorito l’«Em Euforia».

Il primo è il calo dei rendimenti dei titoli di Stato statunitensi e, dunque, un allentamento generale delle condizioni finanziarie nonostante le forti strette monetarie delle banche centrali. Il 21 ottobre 2022 i rendimenti dei titoli di Stato Usa decennali toccarono il massimo a 4,33%, per calare a fine gennaio al 3,37%. Quasi un punto percentuale in meno, non poco. Il problema è che a febbraio sono un po’ risaliti, arrivando al 3,84% di ieri.

Il secondo motivo è il calo del dollaro: il cambio sull’euro (per fare un esempio) è passato da 0,96 di ottobre a 1,10 di fine gennaio. Il terzo motivo è il generale e forte appetito per il rischio nel 2023, che ha coinvolto gli investitori di tutto il mondo dopo un 2022 terribile. Questi tre eventi finanziari hanno favorito il forte flusso di capitali sui mercati emergenti.

I motivi economici del boom

Ci sono poi motivi congiunturali. Per esempio il migliorato scenario economico. Di recente il Fondo Monetario ha aumentato di 0,3 punti percentuali le stime di crescita di questi Paesi nel 2023, pur alzandole di poco rispetto al +3,9% del 2022: la crescita sarà infatti del 4% nel 2023 e del 4,2% nel 2024.

Ma il vero «game changer» che ha destato gli investitori è stata la Cina: da quando ha abbandonato la politica zero Covid e ha riaperto l’economia, le aspettative di crescita globale sono salite. Motivo più che valido per investire in Paesi emergenti. Infatti il forte afflusso di capitali registrato dall’IIF ha colpito soprattutto il debito di tutti questi Paesi e - guarda caso - l’azionario cinese. Così questi Stati ne hanno approfittato per emettere bond.

EUFORIA SUGLI EMERGENTI

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I rischi per emergenti e investitori

Il problema è che questa fotografia potrebbe anche sbiadirsi in fretta. I rendimenti nei Paesi industrializzati stanno già risalendo, colpiti da dati sull’inflazione più alti del previsto (ieri sono usciti i deludenti prezzi alla produzione Usa) e da una retorica delle banche centrali più dura. Anche il dollaro sta un po’ rialzando la testa. Insomma: il mercato sta campando su una narrativa (l’inflazione cala naturalmente e la crescita economica resta robusta evitando la recessione) che rischia prima o poi di essere smentita dai fatti. Non è un caso che gli stessi investitori «EM euforici» intervistati da Bank of America indichino tra i tre maggiori rischi del 2023 proprio «l’inflazione che resta elevata» e una «profonda recessione globale». Questo perché sperano nello scenario migliore, ma temono quello peggiore. Se accadesse, i flussi verso i Paesi emergenti potrebbero invertirsi.

Lo stesso Fondo monetario ha poi evidenziato alcuni rischi. Il primo è che la tanto attesa crescita cinese risulti, a conti fatti, deludente. Il secondo rischio è la vulnerabilità di molti di questi Stati, soprattutto quelli più poveri. Scrive l’Fmi: «Circa il 15% dei Paesi poveri si trova in uno stato di stress finanziario, il 45% è ad elevatissimo rischio e un altro 25% ad elevato rischio. La combinazione di alto debito e crescita debole esaspera la vulnerabilità di queste economie, soprattutto quelle con la necessità di rifinanziare a breve debiti in dollari».

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  • Morya Longo

    Morya LongoVicecaposervizio

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Finanza, mercati azionari e obbligazionari

    Premi: Vincitore del premio State Street 2018 – Giornalista dell’anno, autore del miglior scoop

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