Esiste la disinflazione immacolata? Il dato Usa riduce (ma poco) la speranza
Il dato di gennaio sull’inflazione (in calo ma meno delle attese) ridimensiona le speranze più rosee ma non le cambia nella sostanza. Ecco perché
di Morya Longo
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I punti chiave
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Era una speranza forse un po’ eccessiva. Per dirla all’inglese, un «wishful thinking». Un desiderio diventato previsione. Ma sul mercato c’era davvero chi accarezzava l’idea che negli Stati Uniti ci potesse essere quella che era stata ribattezzata «disinflazione immacolata»: cioè un naturale ritorno nei ranghi del costo della vita, senza recessione e senza particolari contraccolpi sull’economia. Ebbene: questo scenario idilliaco martedì è andato parzialmente in soffitta.
Il dato sull’inflazione di gennaio uscito nel pomeriggio ha infatti dimostrato che i prezzi scendono (dal 6,5% al 6,4%), ma calano meno del previsto (gli economisti aspettavano in media un 6,2%). Se lo scenario di «disinflazione immacolata» sembra dunque essere diventato meno probabile, quello della lenta - magari altalenante e più lunga del previsto - disinflazione invece sembra essere confermato.
Bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto
Il dato uscito dagli Stati Uniti ribadisce insomma che il costo della vita cala (bicchiere mezzo pieno), ma dice anche che il ribasso è più lento del previsto (bicchiere mezzo vuoto). E, soprattutto, suggerisce che la Federal Reserve dovrà probabilmente diventare un po’ più aggressiva di quanto non si sperasse. La reazione altalenante delle Borse, con ripetuti alti e bassi senza una direzione chiara, deriva proprio da questa duplice lettura del dato: alla fine le Borse europee hanno chiuso poco sopra la parità (Milano +0,22%, Francoforte +0,17%, Parigi +0,37%, Londra +0,08%) e quelle americane hanno volteggiato tutto il giorno tra alti e bassi.
Le attese dei mercati
Per comprendere questa incerta reazione, bisogna capire quali fossero le aspettative alla vigilia. Prima del dato sull’inflazione, è uscito il sondaggio mensile di Bank of America tra i gestori globali di fondi che ben sintetizza le attese: se non erano davvero di «disinflazione immacolata», poco ci mancava. Il sondaggio evidenzia infatti un certo ottimismo sull’inflazione a livello globale (l’83% degli investitori è convinto che calerà nell’arco di 12 mesi), ma anche sulla crescita economica: solo il 35% degli intervistati (cioè il minimo dal febbraio 2022) continua a prevedere un Pil in calo nei prossimi 12 mesi.
Morale: il mercato si aspettava fino a due giorni fa inflazione in calo ed economia non particolarmente sofferente. Certo, gli stessi investitori indicano l’inflazione «persistente» come principale rischio per i mercati, ma questo resta solo un rischio. L’idea di base era che l’inflazione calasse naturalmente e che la Fed potesse tagliare i tassi già nel 2023. Questo alla vigilia.

