Ecco perché una piccola «profezia» della vigilia fa sperare in una Fed morbida
Borse Usa sostenute da un indicatore che fa sperare in una pausa sui tassi, alla vigilia della riunione della Federal Reserve.
di Morya Longo
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Ormai ci siamo. Mercoledì sera la Federal Reserve, cioè la Banca centrale statunitense, deciderà sui tassi d’interesse. Se è quasi scontato che li alzerà di 25 punti base, non è invece affatto scontato che messaggio lancerà il presidente Jerome Powell nella conferenza stampa: la Fed annuncerà una pausa nel lungo ciclo di rialzi dei tassi (come ha già fatto la Bank of Canada pochi giorni fa)? Oppure manterrà una retorica restrittiva? I cosiddetti “dots” (cioè i puntini che ogni membro della Fed inserisce in un grafico per indicare dove andranno secondo lui i tassi in futuro) saranno rivisti al ribasso? Oppure no?
In questa incertezza, martedì, le Borse statunitensi ed europee sono state sostenute da un indicatore macroeconomico Usa che sembrerebbe suggerire una maggiore moderazione della Fed: il rialzo inferiore alle attese del costo del lavoro negli Stati Uniti. Così le Borse Usa hanno registrato buoni rialzi in serata, mentre quelle europee hanno terminato praticamente invariate. Con l’eccezione di Milano: con un +1%, Piazza Affari ha svettato su tutti grazie ai conti record di UniCredit che hanno trascinato nell’euforia il comparto bancario.
Inflazione e Fed
Per capire cosa è successo nella giornata di martedì, e cosa potrebbe accadere mercoledì, bisogna però partire dal dato sul costo del lavoro in Usa. Con un aumento di appena l’1% nel quarto trimestre (contro attese di +1,1%), l’indice del costo del lavoro ha registrato il minor incremento dal quarto trimestre del 2021. Per il mercato, questo dato riduce la pressione inflattiva. E, dato che il costo del lavoro è un parametro molto guardato dalla Fed, un suo sgonfiamento potrebbe indurre la Banca centrale a rallentare il passo dei rialzi dei tassi. O a sospenderli del tutto. Notizia positiva per i mercati, che infatti hanno registrato un - pur modesto - sussulto dopo un pomeriggio debole in Europa.
I commenti degli esperti sono però ancora discordanti. Ci sono gli ottimisti come gli analisti di Algebris (secondo i quali «i recenti dati macroeconomici suggeriscono che il ciclo di rialzo dei tassi si sta concludendo»), ma ci sono anche i cauti come Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel (secondo il quale «a causa di un’inflazione “appiccicosa”, la Fed continuerà ad aumentare il tasso sui Fed Funds fino al secondo trimestre 2023, portandolo al 5,5%»). Mercoledì vedremo chi ha ragione.
I conti delle aziende
Ma non ci sono solo le banche centrali a tenere banco sui mercati. In settimana il 20% delle società quotate nell’indice S&P 500 di Wall Street riporterà i risultati, a partire dalle big tech. Fino ad oggi 167 aziende su 500 hanno già comunicato i risultati: di queste - secondo Bloomberg - il 71% ha sorpreso in positivo, mentre il 25% ha fatto peggio delle previsioni. Ma martedì, su questo fronte, sono arrivati messaggi discordanti. Se Caterpillar ha sorpreso con profitti inferiori alle attese per la prima volta dall’inizio della pandemia, Spotify ha stupito nella direzione opposta: con una forte crescita degli utenti, che ha spinto il titolo nonostante il bilancio in perdita di 270 milioni di euro. Idem per General Motors: profitti trimestrali in crescita del 16%, superiori alle aspettative degli analisti.


