Alla vigilia di Fed e Bce il mercato scommette sulla forbice. Ecco perché
A poche ore delle riunioni di Fed e Bce, i mercati hanno posizionato le loro pedine: la scommessa è di una divaricazione tra le due banche centrali.
di Morya Longo
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I punti chiave
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Ci mancava solo il dato sull’inflazione spagnola, inaspettatamente aumentato dal 5,5% di dicembre al 5,8% di gennaio contro attese di 4,7%, a creare ansia sui mercati finanziari alla vigilia delle riunioni delle banche centrali. Come una sgradevole ciliegina sulla torta. Il primo febbraio si riunisce la Federal Reserve Usa (che dovrebbe alzare i tassi di 25 punti base), il 2 febbraio la Bce (+50 punti base attesi) e la Bank of England (+50 punti base): in vista di una settimana così densa di decisioni sulla politica monetaria, il fatto che in Spagna l’inflazione sia tornata a salire dopo mesi di ribasso non poteva lunedì che aumentare le tensioni sui mercati. Soprattutto, ovviamente, in Europa.
Mercati deboli, spread BTp-Bund in rialzo
E, infatti, le tensioni non sono mancate. Le Borse europee hanno chiuso tutte in calo: Milano -0,38%, Francoforte -0,12%, Parigi -0,10%, Londra +0,25%. I titoli di Stato hanno registrato rendimenti in aumento: quelli dei Bund decennali sono saliti di 7 punti base al 2,31%, quelli dei BTp sono saliti ancora di più (+9 punti base al 4,32%) e lo spread tra i due è tornato a 200 punti base secondo i dati Reuters. L’euro è salito fino a 1,09, per poi calare un po’. Anche negli Usa il mercato è stato teso, con Borse deboli e rendimenti in rialzo. Ma i rendimenti Oltreoceano salgono meno. E le Borse, ultimamente, hanno retto meglio. A testimonianza, ancora una volta, del fatto che il mercato sta prezzando una crescente divergenza tra le politiche monetarie: in Europa la Bce resterà restrittiva, mentre negli Usa la Fed potrebbe presto prendersi una pausa.
La scommessa dei mercati: la Bce resta «falco»
Gli investitori ci avevano sperato. Fino a metà gennaio (il 18 per la precisione) avevano creduto che il forte calo del prezzo del gas e il ridimensionamento dell’inflazione avrebbero convinto la Bce a ridurre il ritmo dei rialzi dei tassi d’interesse. Se a dicembre la presidentessa Christine Lagarde aveva annunciato rialzi a botte di 50 punti base al mese, per tutta la prima parte di gennaio il mercato aveva sperato che non sarebbe stato così. Questa aspettativa aveva avuto l’effetto di abbassare in maniera clamorosa i rendimenti dei titoli di Stato in Europa. Soprattutto quelli italiani erano scesi molto: dal 4,55% di inizio anno, i BTp decennali hanno infatti toccato il 3,75% il 18 gennaio. Insomma: in 18 giorni il rendimento era sceso di 80 punti base. Tanto, davvero tanto in un mondo che si muove di pochi centesimi al giorno solitamente.
Ma era troppo bello per essere vero. Il 19 gennaio, da Davos, è stata la stessa Lagarde a gelare le aspettative del mercato: la Bce andrà avanti ad alzare i tassi d’interesse, senza indugi. Il mercato ha colto il messaggio: se il 18 gennaio scontava solo un intero punto percentuale di rialzi dei tassi da qui a giugno (con un’ipotesi di un ulteriore 25 punti base), ora prevede invece 1,25 punti percentuali da qui a giugno (con un’ipotesi di 1,50 prevista al 50%). Insomma: il mercato ora si aspetta almeno un rialzo in più dei tassi in Europa rispetto a quanto prevedeva fino a due settimane fa.
Così i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti velocemente. Quelli dei BTp decennali (che erano scesi di 80 punti base dal primo gennaio al 18), sono risaliti di 57 punti base al 4,32%. Questi numeri parlano da soli: per il mercato la Bce resterà «falco». Dura. Andrà avanti nel rialzo dei tassi. E l’inflazione spagnola non fa altro che avvalorare questa idea.

