La scommessa dei mercati: così Fed e Bce si muoveranno in direzioni diverse
Dal 18 gennaio le Borse Usa hanno iniziato a correre più di quelle europee e i rendimenti dei bond del Vecchio continente sono saliti di più
di Morya Longo
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La svolta è arrivata il 18 gennaio. Quel giorno le Borse europee potevano sfoggiare rialzi da inizio anno di poco inferiori al 10%, dando la birra a quelle statunitensi. Quel giorno i rendimenti dei BTp toccavano il minimo del 3,75%, con un netto ribasso rispetto al 4,55% di soli 18 giorni prima. Quel giorno ancora il mercato sognava che l’inflazione calasse in modo consistente insieme al crollo del prezzo del gas e che la Bce si rimangiasse l’impegno di alzare i tassi d’interesse in maniera «significativa». Ma il 18 gennaio è stato l’ultimo giorno di idillio. Poi la realtà è tornata a bussare alla porta degli investitori.
Il 19 gennaio la presidentessa della Bce, Christine Lagarde, da Davos ha infatti ribadito quello che molti altri membri della Banca centrale avevano già detto: che l’inflazione resta molto alta, che l’obiettivo è di abbatterla e che per farlo servono altri sostanziali rialzi dei tassi. Da quel giorno molto è cambiato: i rendimenti dei BTp sono risaliti fino al 4,23%, le Borse del Vecchio continente hanno iniziato a bere la birra da quelle statunitensi (dal 18 gennaio l’indice Eurostoxx è praticamente invariato mentre Wall Street guadagna più del 3% e il Nasdaq più del 5%). Così, in vista della settimana chiave delle banche centrali (il primo febbraio si riunisce la Fed e il 2 la Bce), è utile ragionare sui motivi di questa divaricazione.
La forbice delle banche centrali
Il primo cambiamento, nella percezione dei mercati, riguarda proprio le politiche monetarie: fino al 18 gennaio prevaleva la speranza che - pur per motivi diversi - sia la Bce sia la Fed potessero rallentare il passo della stretta monetaria. In Europa il forte ribasso del prezzo del gas lo faceva sperare, pur con cautela. Poi i mercati hanno capito che sarà così negli Stati Uniti, ma forse non in Europa. Almeno, non come auspicavano.
Questo cambiamento di percezione si legge nelle parole di molti gestori. «In un contesto in cui l’inflazione core non mostra segni di decelerazione, i salari continuano a registrare una traiettoria al rialzo e le aspettative di crescita sono state riviste in positivo, non c’è dubbio che il 2 febbraio la Bce porterà i tassi di deposito dal 2% al 2,5%», commenta per esempio Kevin Thozet di Carmignac. «Il problema è che il rincaro dell’energia si sta trasmettendo, in Europa, al mercato del lavoro - aggiunge Alexandre Tavazzi, head of Cio Office di Pictet Wm -. Questo costringerà la Bce a tenere i tassi elevati a lungo, anche se nel frattempo il prezzo del gas scende».
Le aspettative su Fed e Bce
Così è aumentata la divergenza tra Europa e Usa nelle aspettative sui tassi. Attualmente il mercato dei futures stima in America un rialzo da 25 punti base il primo febbraio, forse (non è scontato in pieno) un altro da 25 e poi a partire dall’autunno i primi tagli dei tassi. In Europa no: dall’attuale 2%, il tasso sui depositi della Bce sarà portato - secondo i futures - al 3,25% o anche al 3,50%. E poi resterà fermo.

