Fine del rito ambrosiano: Meta non versa l’Iva e sceglie il processo
La multinazionale ha lasciato decorrere i termini per versare 877 milioni
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Il «rito ambrosiano» del doppio binario nelle inchieste sulle big-tech - il «patteggiamento fiscale in cambio dell’archiviazione penale» - è ufficialmente al capolinea. Come prevedibile e ampiamente annunciato, la multinazionale californiana Meta ha lasciato decorrere i termini per aderire all’accertamento dell’agenzia delle Entrate che la vedeva debitrice di 877 milioni di Iva non versata (e prima ancora non dichiarata) nelle sette annualità 2015-21. Questo, secondo la prassi inaugurata a Milano esattamente dieci anni fa, significa che la Procura della Repubblica non abbandonerà il caso ma chiederà presto il rinvio a giudizio degli attuali indagati per evasione dell’imposta contestata.
L’indagine
Secondo i pubblici ministeri Giovanni Polizzi, Giovanna Cavalleri e Cristian Barilli - che hanno coordinato l’indagine del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf milanese - i due director di Meta Platforms Ireland Limited, già Facebook Ireland Ltd, per la legge italiana sono responsabili della mancata dichiarazione Iva e del relativo versamento. Adempimenti e pagamenti che i due manager non hanno onorato contestando - a quanto si apprende - proprio alla radice l’impostazione dell’accusa.
Lo scorso settembre, infatti, i magistrati milanesi avevano aperto un nuovo filone penal/tributario nelle inchieste sulle società oligopoliste del web, considerando la presunta gratuità del servizio (versante utente) quale invece una permuta: il navigatore cede a Meta/Facebook i suoi dati personali - che vengono seguiti, tracciati e aggiornati in tempo reale, acquistando un formidabile valore commerciale - e in cambio riceve i multiformi servizi della piattaforma. A giudizio della Gdf e della Procura milanese questa permuta è del tutto assoggettabile al regime previsto dall’articolo 11 del Dpr 633/72 sull’Iva. Da qui il conto fiscale a sei cifre recapitato a fine 2024 ai legali rappresentanti della multinazionale di Menlo Park.
Il “patteggiamento” sull’imposta avrebbe di fatto significato per Meta «acquiescenza» verso il teorema della Procura, ufficio che tra l’altro sullo stesso schema ha nel frattempo formulato identica accusa (a importi più bassi, 12 milioni) nei confronti di Twitter, oggi X e passata nelle mani di Elon Musk.
Big tech nel mirino
Dal 2015 al 2024 le big tech - aderendo agli accertamenti fiscali di Entrate/Gdf per evitare i processi - hanno versato all’erario poco meno di 4 miliardi, accettando di fatto (ma mai di principio) i calcoli sul reddito da attività tradizionale (vendite pubblicitarie profilate eccetera). Ora però il cambio di marcia sulle imposte indirette, e proprio nel momento in cui Donald Trump sta punendo con i dazi i paesi con digital tax attive (come l’Italia), ha determinato l’inevitabile fine della lunghissima e fruttuosa stagione del «rito ambrosiano».

