Dietro il calo dei prezzi

Gas, nel 2022 l’Europa ha risparmiato volumi pari al consumo dell’Italia

La domanda di gas non è mai scesa così tanto, ma molto è dovuto al clima mite e alla sostituzione col carbone. Solo in parte sono risparmi strutturali e purtroppo questi dipendono anche da fenomeni di deindustrializzazione

di Sissi Bellomo

Tabarelli ( Nomisma Energia): "Con gas a 50 euro bollette giu' 600 euro"

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La domanda di gas non era mai crollata in modo così vistoso in Europa, nemmeno nei peggiori periodi di recessione o durante la pandemia da Covid. A certificarlo è l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), che nei Paesi Ocse del Vecchio continente stima una riduzione dei consumi del 13% nel 2022, anno di bollette record, influenzato dalla guerra in Ucraina e dai tagli sempre più drastici delle forniture di Gazprom.

A conti fatti c’è stato un risparmio di oltre 70 miliardi di metri cubi rispetto al 2021, in termini assoluti un record storico. Sono volumi paragonabili a un anno di consumi in Italia e molto vicini alla perdita di forniture russe via gasdotto (a livello europeo queste sono scese a 63 miliardi di metri cubi nel 2022, dai circa 145 miliardi dell’anno prima).

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Comunque lo si guardi è un risultato straordinario, oltre che un fattore decisivo per spiegare la vertiginosa discesa dei prezzi del gas: il combustibile oggi scambia sotto 50 euro per Megawattora al Ttf, circa il 75% in meno rispetto all’inizio dell’anno termico, che prende il via ad ottobre.

In vista di un inverno che si annunciava gravido di rischi, al punto da far temere un razionamento del gas, la Commissione europea aveva fissato l’obiettivo di un taglio dei consumi del 15% rispetto alla media quinquennale. Siamo andati ben oltre, ottenendo una riduzione del 19,3% tra agosto 2022 e gennaio 2023, secondo gli ultimi dati Eurostat.

Eppure non basta per sentirsi davvero al sicuro. E il problema non è soltanto l’assenza di garanzie sulla stabilità delle forniture di gas: la possibilità ad esempio che i flussi residui dalla Russia si azzerino o che l’Asia torni ad attirare grandi quantità di Gnl. Anche la nostra capacità di tenere a freno i consumi non è un fatto acquisito.

I risparmi record degli ultimi mesi solo in minima parte si possono considerare strutturali. E quel poco che c’è di strutturale è legato anche a dinamiche pericolose, che rischiano di condannare l’Europa alla deindustrializzazione. A maggior ragione perché il caro energia purtroppo non è l’unico fattore che pesa sulla competitività delle nostre imprese

Greg Molnàr, analista dell’Aie, attribuisce un terzo della riduzione dei consumi di gas al clima mite dell’autunno scorso, che ha permesso di rinviare di un mese l’accensione dei termosifoni, e almeno un quarto alla sostituzione con carbone e derivati del petrolio (tendenza che sta già iniziando a rientrare, con la discesa dei prezzi del gas).

Ci sono stati anche comportamenti virtuosi, adottati da famiglie e imprese, ma alcuni di questi – come abbassare il termostato – potrebbero essere abbandonati con bollette meno pesanti. Per l’Aie i risparmi strutturali, quelli destinati a restare, pesano non più del 20%. E in questo 20% purtroppo non c’è solo la conversione a energie pulite o a impianti super efficienti, ma anche la chiusura definitiva di fabbriche, che rischia di continuare.

Sarà senza dubbio strutturale ad esempio, ma tutt’altro che positivo, il taglio della domanda di gas legato alla resa di Basf, il gigante petrolchimico tedesco che nei giorni scorsi ha annunciato – attribuendola al caro energia – ulteriori chiusure di impianti in Germania e la delocalizzazione (anche in Cina) di parte della produzione di ammoniaca e materiali plastici, con una perdita di almeno 2.600 posti di lavoro.

I dati sulla produzione industriale europea hanno mostrato a lungo una buona tenuta, che ha spinto diversi analisti a entusiasmarsi per l’inattesa resilienza del nostro sistema manifatturiero. Ma i nodi potrebbero arrivare al pettine con effetto ritardato.

Molte società hanno goduto per un certo tempo di contratti di fornitura negoziati prima della crisi energetica. Qualcuno è anche riuscito a rivendere sul mercato (con enorme profitto) gas o elettricità acquistati in precedenza a condizioni favorevoli.

E comunque è già in atto una sorta di delocalizzazione “nascosta”, non facile da mettere a fuoco. L’ha evidenziata uno studio pubblicato sul Bollettino economico della Bce, che si è concentrato sull’eurozona nel periodo tra settembre 2021 e ottobre 2022.

In quell’arco di tempo – con l’energia rincarata in media del 49,5% al consumo e del 93,4% alla produzione – c’è stato un incremento del 2,3% della produzione industriale (costruzioni escluse) e del 10,3% delle importazioni non energetiche. Ma un «fattore chiave dietro la resilienza» è la coincidenza con l’uscita dalla pandemia e il superamento dei colli di bottiglia nelle supply chain.

In ogni caso, afferma lo studio, «ci sono segnali del fatto che le importazioni, soprattutto di beni intermedi, abbiano in parte rimpiazzato la produzione manifatturiera locale nei settori a maggiore intensità energetica». La sostituzione implica un impoverimento dell’economia europea, ma per i beni finali «aiuta a mantenere i livelli produttivi».

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