Energia

Gas, l’Europa non è ancora al sicuro ma il peggio (forse) è passato

La stagione del riscaldamento si conclude con scorte record, offerta che per ora continua a correre e prezzo inferiore a 50 euro per Megawattora. Ma non bisogna dare nulla per scontato. E la domanda inizia a risalire

di Sissi Bellomo

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La stagione del riscaldamento volge al termine e per il gas, senza bisogno di scongiuri, ora possiamo davvero affermare di aver evitato il peggio. I termosifoni nelle aree più miti sono già spenti, nel resto d’Italia si spegneranno a giorni. E il periodo di prelievo dagli stoccaggi da oggi cede ufficialmente il passo a quello delle iniezioni, anche se quest’anno ce ne sono state sempre, persino nel cuore dell’inverno: un appuntamento formale al quale l’Europa arriva con i depositi pieni in media al 55% (58% per l’Italia), un record da oltre un decennio. L’anno scorso a fine marzo erano al 26%.

Nonostante le previsioni fosche all’avvio dell’anno termico, il crollo delle forniture russe non ci ha messo in ginocchio: la quota di mercato di Gazprom è scesa al 7% nella Ue, contro il 40% di un tempo, ma non ci sono stati blackout, né abbiamo avuto difficoltà a scaldarci, salvo che di ordine economico. Anche le bollette, per quanto tuttora salate, hanno cominciato a scendere, sulla scia dei ribassi della materia prima.

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Nell’ultima settimana il prezzo del gas ha recuperato circa il 15%, con un balzo di quasi il 7% al Ttf nella seduta di venerdì 31. Ma le tensioni sembrano legate al meteo: un colpo di coda dell’inverno in gran parte d’Europa, che dovrebbe durare pochi giorni. Il combustibile comunque scambia tuttora sotto 50 euro per Megawattora, su valori che sono meno di un sesto di quelli record dell’estate scorsa e lontanissimi dal livello che farebbe scattare il price cap della Ue.

Il tetto – che si attiva dopo tre sedute a 180 €/MWh e purché ci sia anche uno scarto di 35€ rispetto ai prezzi del Gnl – da maggio verrà esteso a tutti gli hub europei, ha fatto sapere la Commissione europea. Ma a breve sembra improbabile che entri in funzione: nonostante le molte incognite sul mercato, nessun analista prevede impennate tanto forti (i più pessimisti, tra cui Goldman Sachs, indicano il rischio di un raddoppio dai livelli attuali).

Oggi come oggi ci sono diversi segnali incoraggianti. Questa settimana ad esempio è tornato a funzionare a pieno ritmo Freeport Lng, impianto responsabile di un quinto dell’export Usa, fermato a giugno 2022 da un incendio.

Gli Usa stanno esportando a ritmi senza precedenti (oltre 13 miliardi di piedi cubi a marzo, un record storico) e in gran parte i carichi finiscono tuttora in Europa, dove non manca Gnl nemmeno di altre origini.

Persino Gazprom ci rifornisce un po’ di più: i flussi verso la Ue, calcola Reuters, questo mese sono risaliti del 4% da febbraio (a 70,3 milioni di metri cubi al giorno).

Aver superato il peggio della crisi energetica non implica comunque che siamo al riparo da possibili ricadute. E i fattori da tenere d’occhio non mancano, anche sul fronte della domanda. La Ue grazie anche al clima ha effettuato risparmi straordinari, tagliandola di un quinto rispetto al recente passato e ora ha prorogato fino a marzo 2024 l’obiettivo di riduzione del 15%.

Ma ci sono chiari segnali di ripresa del consumo, favorito proprio dai prezzi ridotti. Il gas ad esempio sta tornando competitivo sul carbone nella generazione elettrica. Inoltre sembra quasi certo che dovrà continuare a sopperire a carenze delle centrali idroelettriche e del nucleare francese.

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