I tre motivi per cui i 300 miliardi della Fed non bastano a calmare le Borse
Nonostante le enormi iniezioni di liquidità sul sistema bancario Usa e svizzero, le Borse non fermano la discesa. Ecco le ragioni
di Morya Longo
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I punti chiave
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La serenità non si compra. Tantomeno la fiducia. Così non bastano neppure i 300 miliardi di dollari iniettati dalla Federal Reserve nelle banche statunitensi, sommati ai 200 miliardi di liquidità arrivati sull’economia a stelle e strisce dal Conto di disponilità del Tesoro Usa, sommati ai 50 miliardi di franchi iniettati dalla Banca centrale svizzera al Credit Suisse per ripristinare la fiducia sui mercati. Non bastano. E neppure le parole rassicuranti del presidente Biden: «Questa settimana abbiamo preso azioni decise per stabilizzare il sistema bancario senza mettere a rischio i contribuenti - ha detto -. Il nostro sistema creditizio è più resiliente e stabile grazie alle azioni prese». Niente: qualche cosa sui mercati si è rotto. Le banche vengono ancora guardate con sospetto sui mercati.
Così venerdì, dopo una partenza positiva, alla fine le Borse sono tornate a scendere: Milano -1,64%, Parigi -1,43%, Francoforte -1,33%. Ribassi che hanno portato la performance settimanale in negativo per tutti i listini europei. Negativi ieri anche i listini Usa, che però hanno retto meglio in settimana. Perché? Perché scende ancora tutto, dopo le iniezioni record di liquidità da parte delle banche centrali? Cosa teme davvero il mercato? La risposta a questa domanda va data su tre livelli diversi. Uno: il timore di una più ampia crisi del sistema bancario. Due: l’impatto che questa può avere sull’economia reale. Tre: i giganteschi movimenti tecnici degli investitori determinati dalla necessità di ridurre i rischi.
Primo motivo: è davvero crisi bancaria?
Ieri a dare il via alle vendite è stato da un lato il Credit Suisse, dopo che la concorrente svizzera Ubs ha fatto capire di non essere disposta ad acquisirla. «La crisi di liquidità sarà anche stata tamponata - sintetizza Giuseppe Sersale di Anthilia - ma resta ancora la crisi industriale». Così la banca svizzera è tornata a scendere in Borsa, perdendo l’8,1%. E lo stesso è capitato all’americana First Republic Bank, crollata anche oltre il 25% in Borsa, sebbene il giorno prima avesse ricevuto 30 miliardi di depositi di ”solidarietà” da altre 11 banche statunitensi. E sebbene abbia comunicato di avere in cassa 34 miliardi di dollari cash (escludendo i 30 ricevuti) e di aver preso in prestito dalla Fed 109 miliardi. All’umore negativo ha contribuito anche la richiesta di Chapter 11 (amministrazione controllata) da parte della holding della Silicon Valley Bank.
Ma queste non sono notizie così clamorose. Cosa continua davvero a preoccupare, anche di fronte ai 300 miliardi arrivati dalla Fed? Il mercato è rimasto colpito dalla notizia, data nei giorni scorsi dalla Fdic (l’Autorità Usa garante dei depositi), secondo cui le banche americane hanno 620 miliardi di dollari di perdite potenziali dai titoli di Stato e dai bond in generale. Questo, nonostante le innumerevoli linee di credito della Fed, lascia il mercato in ansia.
Per almeno due motivi. Il primo è legato ai 30 miliardi depositati giovedì dalle grandi banche Usa in First Republic Bank. Quella che sembrerebbe una misura di salvataggio sistemico, ieri è apparsa più come una potenziale mina sull’intero sistema bancario Usa. È stato Bill Ackman, infuente gestore di hedge fund, a lanciare l’allarme su Twitter. Quel salvataggio - dice - crea «un falso senso di fiducia» e di fatto aumenta il rischio di contagio sulle altre banche. «Il risultato è che il rischio di fallimento della First Republic Bank è ora distribuito sulle nostre banche più grandi».


