Il «conto» delle banche centrali per calmare i mercati? 350 miliardi in 4 giorni
Con vari strumenti la Fed in pochi giorni ha iniettato circa 300 miliardi sul sistema bancario e la Banca centrale svizzera 50 miliardi di franchi.
di Morya Longo
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Credit Suisse ottiene dalla Banca centrale svizzera 50 miliardi di franchi. In quattro giorni le banche americane prendono (riducendo le operazioni cosiddette di Reverse repo) 163 miliardi di dollari dalla Federal Reserve e “prelevano” 12 miliardi dalla nuova linea di credito predisposta il 12 marzo dalla banca centrale Usa. E considerando anche altri strumenti Fed come il “discount window”, in una settimana la Banca centrale ha iniettato 300 miliardi di dollari nel sistema bancario e finanziario Usa. Se si somma anche il saldo del Treasury General Account (il conto del Tesoro), si arriva alla bellezza di 535 miliardi netti fatti arrivare sul sistema Usa.
E questo potrebbe essere solo l’antipasto: secondo JP Morgan, con la nuova linea di credito della Fed (Bank Term Funding Program) le banche americane potrebbero arrivare a prelevare fino a 2mila miliardi di dollari. Ecco perché le Borse sono rimbalzate e il clima giovedì si è fatto più sereno: perché sul sistema bancario e finanziario è tornata quella pioggia di liquidità che tanto piace ai mercati. Quella medicina che allevia tutti i dolori. Alla fine tutto sui mercati gira sempre intorno a questo unico parametro: la liquidità.
L’effetto lenitivo sui mercati
L’effetto lenitivo è stato forte. Le Borse sono rimbalzate. Ma l’impatto più evidente si vede soprattutto sul mercato interbancario statunitense: quello su cui gli istituti di credito si prestano soldi l’uno con l’altro. Ci sono almeno due indicatori - come osserva Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte - che mostrano l’impatto della marea di liquidità che è arrivata in questi pochi giorni. Il primo riguarda i volumi (monitorati dalla Fed di New York) scambiati ogni giorno su questo mercato. Se mediamente nel 2023 le banche si scambiavano 107 miliardi di dollari, il 13 marzo (cioè il lunedì nero delle Borse) i volumi si sono prosciugati a soli 41 miliardi. Minimo da 7 anni a questa parte. Segno che gli istituti iniziavano a non fidarsi gli uni degli altri ed evitavano di prestarsi troppi soldi. Film già visto durante la crisi del 2008. Poi, dopo la liquidità messa a disposizione dalla Fed, la situazione è migliorata: il 15 marzo (ultimo dato disponibile) gli scambi sono tornati a 89 miliardi. Ancora sotto la media del 2023, ma quasi normalizzati.
Il secondo indicatore che segnala minore stress dopo l’intervento della Fed è quello dei tassi a cui le banche si prestano soldi le une con le altre. Qui è utile guardare il differenziale Fra-Ois a 3 mesi. Cioè la differenza di costo che sopportano le banche se prendono soldi in prestito per un arco temporale trimestrale oppure se li prendono ogni singolo giorno per tre mesi. Questo è un utile termometro di stress sul mercato interbancario: più questo spread sale, più la febbre è elevata. Ebbene: il differenziale raggiunse il record di 185 punti base dopo il crack Lehman, quando nessuna banca si fidava delle altre. Un altro picco negativo fu raggiunto nel marzo 2020, in pieno Covid: allora arrivò a 75 punti base. Prendendo questi due parametri come livelli massimi di sfiducia, fa impressione notare che negli ultimi giorni - dopo il crack della Silicon Valley Bank - questo spread ha raggiunto i 60 punti base. Segno che la sfiducia si stava avvicinando a livelli pericolosi davvero. Poi è intervenuta la Fed: così ieri il differenziale è tornato su un livello tranquillo di 39 punti base. Febbre abbassata. Tachipirina in azione.
La dittatura della liquidità
Questi dati sono positivi, perché dimostrano che le banche centrali possono in qualunque momento spegnere gli incendi che divampano anche all’improvviso. Come dice Christine Lagarde della Bce, di «strumenti» ce ne sono tanti. Eppure questi dati fanno anche riflettere su quanto i mercati e il sistema finanziario siano ormai assuefatti alla liquidità e soffrano in maniera patologica appena si dirada un po’. Dal 2007 all’aprile 2022 la sola Federal Reserve ha aumentato la liquidità sul sistema finanziario (incrementando il proprio bilancio) di 7.400 miliardi di dollari. Ma dall’aprile scorso l’ha ridotta di poco più di 600 miliardi. È bastato questo a far scattare il rischio di una crisi bancaria. A far crollare le Borse. A rendere necessarie nuove iniezioni di liquidità. Del resto tutte le crisi finanziarie e bancarie della storia - mostra un grafico di Real Investment Advice che parte dagli anni ’70 - sono scoppiate quando la Fed ha alzato i tassi e ridotto la liquidità. Cioè esattamente quello che, a parte la parentesi attuale, sta succedendo da circa un anno.



