Il crepuscolo del posto in banca, compromesso ben pagato (da Gino Paoli a Sarri)
Gli esuberi di Unicredit certificano la morte di quello che era «l’impiego di chi si accontenta», tentazione di artisti e scrittori in fuga dalla precarietà. «Un mondo finito per sempre», secondo Maurizio De Giovanni, romanziere ed ex bancario
di Francesco Prisco
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Avete letto degli esuberi Unicredit? Meglio non fare i Gufi. Non nel senso dei menagrami a buon mercato, ma in quello del leggendario complesso di Nanni Svampa che nel 1966 cantava: «Io vado in banca/Stipendio fisso/ Così mi piazzo/ E non se ne parla più». Un mondo morto e sepolto, a giudicare dalle recenti cronache finanziarie. Perché il mito del posto fisso in un istituto di credito, con tanto di welfare prestigioso, tredicesima e quattordicesima pagata, non esiste più.
C’era una volta il porto sicuro
Non che sia finita l’occupazione bancaria, ci mancherebbe, ma ciò che ha rappresentato per l’immaginario collettivo di più di una generazione di italiani è tramontato per sempre. Negli anni del boom economico e poi più avanti, fino al crollo di Lehman Brothers, era il compromesso definitivo che ti salvava la vita, il piano B che ai piani alti fruttava stipendi da serie A, un «tanti saluti» indirizzato alla precarietà. Negli ultimi 11 anni la percezione sul ruolo del bancario è radicalmente cambiata, non è più quel porto sicuro che, se metti da parte qualcosina ogni mese, alla lunga ti porta pure alla casa al mare.
I «Quattro amici» di Paoli
Vi ricordate l’ultima hit di Gino Paoli? Era il 1991: «Eravamo quattro amici al bar/ Che volevano cambiare il mondo/ Destinati a qualche cosa in più/ Che a una donna ed un impiego in banca». Perché c’è stato un tempo in cui o facevi la rivoluzione o lavoravi in banca. Al massimo partivi bancario e finivi rivoluzionario. E finivi male come Total (Flavio Bucci), protagonista di La proprietà non è più un furto (1973) di Elio Petri, così frustrato dal proprio anonimo destino borghese da cadere in preda a un delirio marxista-mandrakista. E farsi ladro fino alla morte.
Da artista a sportellista
La morte in banca, come il titolo del romanzo scritto da Giuseppe Pontiggia (1959), ex bancario figlio di bancario che, ancora giovane, riunisce le proprie tristi esperienze professionali nella storia di un impiegato suo malgrado, un ragazzo che coltiva grandi sogni ma è costretto ad accantonarli per qualche solida certezza a tinte grigie, da consumarsi in mezzo a persone mediocri. Volevi fare l’artista e ti ritrovi sportellista.
De Giovanni, bancario bestseller
Bancario e romanziere è stato Maurizio De Giovanni, bestseller del ciclo dei Bastardi di Pizzofalcone che lavorava come vicedirettore di filiale al Banco di Napoli. «Il posto in banca - racconta - per lungo tempo è stato un compromesso con i sogni, in un certo senso una scelta “vile” rispetto a quelle che possono essere le grandi speranze di un ragazzo. Ti ritrovavi a fare il bancario perché magari non avevi il coraggio di scommettere tutto sul tuo piano A. Se entriamo in una scuola elementare, difficilmente troveremo un bambino che ci dice che da grande vuole fare il bancario. Però bancari ci si ritrovava, nonostante tutto. Il classico lavoro che non ti fa morire di sete ma neanche ti disseta completamente. E poteva significare pure frustrazione tutto questo».






