John Rawls, i beni primari e i due principi di giustizia
L’idea di giustizia di Rawls è innanzitutto un’idea applicabile; dev’essere cioè basata su principi operativi capaci di dare risposte e suggerire una linea d’azione davanti a problemi concreti
di Vittorio Pelligra
I punti chiave
- Struttura teorica e fasi dell’argomentazione rawlsiana
- La distinzione tra beni primari sociali e naturali
- Ogni cittadino possiede la stessa dotazione di beni sociali principali
- La priorità delle libertà
- Le possibili configurazioni alternative delle istituzioni della struttura di base
- La teoria rawlsiana della giustizia
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La Teoria della giustizia del filosofo americano John Rawls rappresenta l’opera di filosofia politica certamente più influente del XX secolo. Nonostante l’oggettiva complessità della sua costruzione, la finalità, nelle sue linee essenziali, può essere presentata in maniera piuttosto semplice. Lo fa, per esempio, Thomas Pogge, uno dei suoi ultimi allievi del filosofo americano, con queste parole: “Rawls mira a proporre un criterio pubblico di giustizia che i cittadini possano comprendere e applicare insieme in modo trasparente a tutte le questioni riguardanti la progettazione, il mantenimento e l’adeguamento della struttura di base della loro società”. L’idea di giustizia di Rawls, quindi, è innanzitutto un’idea applicabile; dev’essere cioè basata su principi operativi capaci di dare risposte e suggerire una linea d’azione davanti a problemi concreti. Dev’essere, poi, pubblica e semplice da comprendere. Questi requisiti di pubblicità e semplicità, derivano dall’impostazione generale di tutta la filosofia politica rawlsiana che si pone come uditorio privilegiato non tanto i filosofi di professione, quanto i cittadini comuni, coloro che vivono e sperimentano i problemi della vita associata e che hanno necessità di acquisire dei principi di base in virtù dei quali formarsi idee e preferenze relative a tutti quei problemi fondamentali su cui, in ogni democrazia liberale, i cittadini sono chiamati ad esprimersi attraverso il voto. Ci dice Pogge, infine, che la giustizia non riguarda tanto le azioni dei singoli, ma piuttosto la struttura di base della società, le istituzioni che ci diamo per regolare le nostre relazioni e i principi che utilizziamo per allocare i benefici della cooperazione sociale.
Struttura teorica e fasi dell’argomentazione rawlsiana
Abbiamo analizzato nelle settimane scorse la struttura teorica e le fasi attraverso le quali si sviluppa l’argomentazione rawlsiana. Nel solco della tradizione contrattualista essa prevede un processo di negoziazione che, procedendo da una “posizione originaria”, porterà gli agenti, individui razionali e liberi, a sottoscrivere un accordo che prevede l’adozione dei principi di giustizia. Un accordo che da quel momento diventerà vincolante e andrà a regolare il funzionamento delle istituzioni di base della società. Il ruolo di tali istituzioni, come spiega Rawls, è quello di distribuire “i doveri e i diritti fondamentali e determina[re] la suddivisione dei benefici della cooperazione sociale” (Una Teoria della Giustizia, Feltrinelli, 1982). I diritti e doveri e gli altri benefici che devono essere distribuiti vengono definiti “beni primari”. Si tratta, nelle stesse parole del filosofo di “cose che si presume ogni individuo razionale desideri. Questi beni, di norma, sono utilizzabili, qualunque sia il piano razionale di vita di una persona”. Rawls propone una lista provvisoria di questi beni che comprende “diritti, libertà, opportunità, ricchezza e reddito” ai quali si aggiungerà in una seconda fase “il bene primario del rispetto di sé”. Questo insieme di “beni primari” costituiscono i cosiddetti “beni primari sociali”. A questi si affiancano i “beni primari naturali”, costituiti dalla salute, la forza, l’intelligenza e la fantasia. Distinguere tra beni primari sociali e beni primari naturali è importante perché mentre la distribuzione dei primi è fortemente influenzata dalla natura delle istituzioni della struttura di base, i secondi, invece, pur essendo fondamentali per un’esistenza degna, sono in buona parte indipendenti dalle istituzioni sociali.
La distinzione tra beni primari sociali e naturali
Questa distinzione tra beni primari sociali e naturali è centrale nel pensiero di Rawls ed è necessaria per poter segnare in modo chiaro una differenza netta tra la sua concezione della giustizia e altri due approcci alternativi, quello degli “egualitaristi della sorte” (luck-egalitarians), da una parte e quello degli utilitaristi dall’altra. I primi sono convinti che una società giusta debba in qualche modo compensare gli svantaggi che la sorte distribuisce ai cittadini in maniera imprevedibile, per il fatto di essere nati con una disabilità, in un certo luogo, in una certa famiglia, per esempio, quando questi ed altri fattori determinano una condizione di svantaggio e non possono essere attribuiti alla responsabilità personale. Per questa ragione i luck-egalitarians propendono per principi distributivi che assegnano maggiori risorse a chi si trova in condizioni sfavorevoli a causa della lotteria della nascita. Occorrerebbe, per esempio, investire di più nelle periferie e nelle regioni svantaggiate o fornire migliori servizi educativi a chi parte da situazioni di difficoltà. Gli utilitaristi, d’altro canto, essendo interessanti alla massimizzazione della somma delle utilità individuali, tenderanno a prediligere regole distributive che assegnano più risorse a coloro che sono in grado di trarre comparativamente maggiore utilità dalle stesse. Secondo questa logica, allora, bisognerebbe investire di più su chi è più bravo a scuola, trasferire il reddito da chi non se lo può godere (disabili?) a chi ne può trarre maggior godimento. La posizione di Rawls al riguardo è mediana, proprio in virtù della distinzione tra beni primari naturali e beni primari sociali. Egli non immagina dei principi di giustizia capaci di compensare le differenze naturali. Gli effetti della lotteria della nascita e le differenze che questi determinano non devono essere presi in considerazione né in senso positivo né in senso negativo. “La società non è responsabile della giustizia o ingiustizia dell’universo”, commenta Thomas Pogge – ma solo per la condotta delle proprie istituzioni. Per questo è necessario concentrarsi esclusivamente su quei beni la cui distribuzione è regolata o intenzionalmente influenzata dalle istituzioni, cioè sui “beni primari sociali”.
Ogni cittadino possiede la stessa dotazione di beni sociali principali
L’argomento rawlsiano procede, poi, immaginando una ipotetica situazione iniziale in cui ogni cittadino possiede la stessa dotazione di beni sociali principali. Ogni cittadino ha gli stessi diritti e doveri, lo stesso reddito e la stessa ricchezza. Non che questa situazione sia, per Rawls, auspicabile di per sé, ma essa serve solo come punto di partenza e di riferimento. Se per esempio, a partire da questa situazione di uguaglianza, l’applicazione di un certo principio distributivo producesse un’allocazione nella quale tutti i cittadini hanno una dotazione maggiore di beni primari rispetto alla situazione iniziale, anche se questa allocazione dovesse prevedere incrementi differenti per cittadini differenti, sarebbe comunque auspicabile – un miglioramento paretiano, in termini economici – e il principio distributivo otterrebbe il consenso di tutti i cittadini. Ma se non fosse possibile far aumentare il benessere di tutti, sia pure in misura differente? È in questi casi che le differenti idee di giustizia diventano davvero dirimenti ed è per regolare situazioni come queste che i due principi rawlsiani prendono forma.
La priorità delle libertà
Il punto di partenza di questa fase dell’argomentazione è la cosiddetta “priorità delle libertà”. Per Rawls è impensabile che per promuovere il benessere della maggioranza possa essere sacrificata la libertà di una qualche minoranza di persone. “Ogni persona – scrive il filosofo - possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia, su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri (…) I diritti garantiti dalla giustizia non possono essere oggetto né della contrattazione politica, né del calcolo degli interessi sociali”, afferma Rawls. Calcolo degli interessi che, invece, è perfettamente coerente con un approccio utilitarista. Ciò significa che nella costruzione rawlsiana la libertà assume un valore “lessicografico”: si può ragionare di un certo principio distributivo o di un altro solo ed esclusivamente dopo aver assicurato in maniera assoluta il rispetto delle libertà individuali. Tra benessere e libertà non può esserci, cioè, nessun rapporto di scambio. Non si possono imporre restrizioni alle libertà personali neanche nel caso in cui queste portassero in cambio un maggior benessere. Il tema è complesso è problematico. Per risolvere le difficoltà tecniche connesse ad un simile ragionamento Rawls propone una procedura particolare: si tratta di separare, nell’ambito della lista dei beni primari sociali, le libertà e i diritti da tutti gli altri beni primari e di dare priorità lessicografica, appunto, a tutte le considerazioni relative alla distribuzione delle libertà e dei diritti e di subordinare le questioni che riguardano l’allocazione degli altri beni a queste.



