La bellezza al lavoro: la selezione Hr valuta ancora l’aspetto fisico?
Nonostante la crescente attenzione ai temi dell’inclusività si afferma silenziosamente un criterio di scelta che minaccia la piena uguaglianza
di Lorenzo Cavalieri *
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Nella mia esperienza di consulente mi capita di frequentare ambienti di lavoro di tutti i tipi. Negli ultimi anni sto maturando la sensazione sempre più precisa che i luoghi di lavoro si stiano popolando in modo sistematico di persone di bell’aspetto, anche in uffici o dipartimenti che non prevedono un rapporto diretto con il pubblico e con i clienti. Si tratta senz’altro della manifestazione esteriore di una società caratterizzata da una grande attenzione al benessere fisico e alla cura del corpo, fin da bambini. Se tutti siamo più belli e curati di com’erano i nostri nonni, allora anche i luoghi di lavoro saranno animati da un numero ovviamente sempre più alto di persone dall’aspetto piacevole.
Tuttavia le proporzioni di questa “tendenza al bello” nel mondo aziendale lascia pensare che ci sia qualcosa di più, che cioè oltre ad un riflesso della società, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio criterio di valutazione delle candidature. Certamente non sarebbe una novità. Da sempre il cosiddetto “bell’aspetto” è considerato dai selezionatori un plus, soprattutto per i ruoli di “vetrina”, di contatto diretto con i clienti. Fino a non molti anni fa la dicitura “di bell'aspetto” qualche volta compariva addirittura negli annunci di lavoro.
La letteratura scientifica che da alcuni anni si è concentrata sul rapporto tra bellezza e successo professionale (molto interessanti gli studi di Daniel Hamermesh e Jean Francoise Amadieu) dimostrerebbe empiricamente come “La bellezza paga”, titolo molto esplicativo di un saggio di successo: chi ha avuto in dono un corpo avvenente avrebbe più possibilità di trovare lavoro e ottenere promozioni, guadagnerebbe in media più dei suoi colleghi, avrebbe più soddisfazioni quando prova a mettersi in proprio, addirittura disporrebbe di un più agevole accesso al credito.
Al di là delle ricerche accademiche l’impressione epidermica che si ricava osservando le scelte di imprenditori, manager e dipartimenti HR è che il criterio di selezione fondato sulla gradevolezza dell’aspetto fisico non solo esista, ma conti sempre di più, sebbene ovviamente sia necessario nasconderlo a tutti i costi. Nell’epoca che ha dichiarato guerra a tutti i tipi di discriminazione che non siano basati su capacità e competenze, per un’azienda sarebbe evidentemente inaccettabile ammettere che l’aspetto fisico abbia un ruolo nei propri processi di reclutamento.
Il paradosso è che più cresce l’attenzione ai temi dell’inclusività più si afferma silenziosamente un criterio di selezione che minaccia la piena uguaglianza delle opportunità. In alcune multinazionali il fenomeno arriva a sfiorare il ridicolo: camminando per i corridoi si può apprezzare il rispetto impeccabile delle policy di diversity, ma anche constatare che la maggior parte dei manager sembra uscito dal casting per una sfilata di moda. Quando si affronta questo argomento le aziende per togliersi dall’imbarazzo utilizzano tipicamente tre argomentazioni: “Non è vero che siamo tutti fotomodelli”; “Non è mica una colpa essere belli. Per noi contano solo le capacità. Se poi uno è anche bello non possiamo farci niente”; “Esistono tanti modelli di bellezza e bisognerebbe capire cosa significa essere belli”.
