The name of the game: il successo nel business passa dalla conoscenza
Spesso ci poniamo le domande “chi è il mio cliente?” e “perché mi sceglie?” solo in modo superficiale, per paura di avere come risposta amare verità
di Lorenzo Cavalieri *
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Uno dei film più interessanti degli ultimi anni sul mondo del lavoro e del business è “The founder”, la storia di Ray Kroc, l’uomo che ha fatto del Mcdonald's uno dei brand più noti al mondo. La pellicola insegna molto sul valore delle intuizioni e della perserveranza, ma anche sulla spietatezza negli affari. Il passaggio più stimolante del film è quello in cui il consulente di Kroc gli dice: “Guardi che lei non ha capito in che campo lavora. Lei non lavora nel settore ristorazione, lei lavora nel settore immobiliare”.
Qui nasce l’idea che stravolgerà per sempre le sorti di Mcdonald's. Questa scena fa venire in mente la sintetica espressione anglosassone “The name of the game”, utile per definire l’essenza del nostro lavoro, ciò che conta davvero per interpretare al meglio ciò che facciamo quotidianamente. Pensandoci bene tutti noi siamo esposti allo stesso rischio di Ray Kroc, quello cioè di non comprendere quali sono le vere regole del gioco del nostro ambito professionale, regole che nell’era della competizione globale e della rivoluzione digitale subiscono mutamenti continui e profondi.
La capacità di lettura e anticipo del cambiamento diventa quindi sempre più decisiva per le nostre carriere. Si tratta di una sfida difficile perchè come esseri umani siamo portati a trasformare il nostro lavoro in una routine in cui “battezziamo” delle regole e delle prassi e poi andiamo avanti con quelle, magari inconsapevolmente, anche quando è di tutta evidenza che non sono più adeguate alla situazione. Il risultato è che il commercialista continua a comportarsi da puro contabile, anche se è evidente a tutti che dovrebbe comportarsi come un consulente strategico; l’operaio continua a comportarsi da meccanico anche se è evidente che dovrebbe comportarsi come un “gestore di robot”: l’impiegato pubblico allo sportello continua a comportarsi come se parlasse con un utente quando invece dovrebbe comportarsi come se parlasse con un cliente.
Queste transizioni professionali sono chiarissime nei piani aziendali e nella testa dei top manager, ma stentano ad atterrare nella quotidianità di chi lavora. Cambiano le regole del gioco ma si continua ad andare avanti come se non fosse accaduto, si gioca allo stesso modo di prima.Ci sono almeno tre fattori che spiegano questa inerzia:
1) Status quo bias: Gli economisti che studiano i meccanismi decisionali dell’“homo economicus” hanno coniato questa espressione per rappresentare la nostra tendenza a privilegiare in caso di dilemma “la via vecchia”, lo status quo, anche in presenza di segnali chiari, comprensibili e inequivocabili della preferibilità oggettiva di uno scenario nuovo. È come se di fronte ad una casa che offre segnali di crollo un diavoletto tentatore dentro di noi ci dicesse “Sei sicuro di voler scappare? In tutti questi anni non è mai crollata. Meglio restare, magari adesso scappi e poi finisci senza un tetto”.
