Games

Perché è importante giocare e videogiocare insieme ai propri figli

È dalla Wii - data 2006 - che i genitori non hanno più scuse. Ma solo negli ultimi anni qualcosa si è rotto tra chi era abituato a condividere divano e controller con i figli.

di Luca Tremolada

(serg - stock.adobe.com)

3' min read

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È dai tempi della Wii - eravamo nel 2006 - che i genitori non hanno più scuse. Da quando cioè è nata una console con un controller dalla forma rassicurante di telecomando che usava il movimento della mano per interagire con lo schermo. Prima si potevano accampare pretesti e giustificazioni varie come per esempio: «non sono abituato a giocare con il JoyPad ci sono troppe e troppi tasti», «non vedo bene lo schermo e non so dove guardare»; o peggio: «Ho le dita troppo grosse e non riesco a usare bene il tablet».

Per la prima volta con la Wii tutti persino i nonni e le nonne si sono avvicinate al videogioco, perché tutti sanno imitare il movimento di una racchetta da tennis o simulare una sterzata al volante di un’auto. E infatti quell’invenzione della Nintendo fu un successo globale e clamoroso proprio perché allargava il pubblico dei gamers. Poi, con l’inizio dell’era-Fortnite qualcosa si è rotto. È come s una “luna di miele” generazionale si fosse bruscamente interrotta. Gli adolescenti hanno ritrovato i loro giochi, i loro mondi, chiusi ed esclusivi come la porta della lora cameretta. Gli adulti - non tutti ma molti - hanno potuto rimettersi a fare quello che in gran parte hanno sempre fatto: giudicare i giovani dall’alto verso il basso. Entrando spesso nel merito di come passano il loro tempo quando vogliono divertirsi.

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Non è un giudizio, è un dato di fatto. Studiando le statistiche di chi si occupa di intervistare le famiglie sulle loro abitudini digitale si rileva un maggiore distacco tra papà, mamme e figli. Mentre dentro agli smartphone terreno comune non c’è mai stato, sul televisore di casa un punto di contato si poteva trovare. Ma anche su quello dei computer portatili volendo. E invece niente.

Nonostante gli appelli di psicologi e neuroscienziati la condivisione del tempo di gioco non è più percepita come un luogo di incontro. Il divano, due controller in mano e gli occhi puntati sullo schermo è romanticismo familiare di altri tempi. Quella fotografia di padri e figli che discutono della strategia da adottare e al tempo stesso si scambiano superficialmente opinioni su cose come quando si guarda la televisione, è andata nel tempo sbiadendo. Eppure, l’industria videoludica più attenta alla fascia 12-16 anni ce l’ha messa tutta. Ad esempio, inserendo la possibilità per i papà meno forti di farsi aiutare del minore con vari trucchi come ad esempio quello di “saltare” letteralmente sulla groppa del proprio figlio e lasciare fare a lui o a lei tutto. Gli psicologi troveranno in questa immagine moltissimi spunti di riflessioni. Ma ha funzionato. Sopratutto per i meno abili.

Ad ogni modo, nonostante un boom di giochi cosiddetti cooperativi studiati per genitori e figli negli ultimi due anni i titoli che hanno raccolto commercialmente più successo sono qualcosa di non avvicinabile per un gli over 50. Cerco di essere più circostanziato: se escludiamo Fc24 (l’ex Fifa, ovvero il simulatore del calcio giocato più venduto nel mondo) che però ha il limite di essere noioso giocato in due sullo stesso schermo in modalità cooperativa - soprattutto se ilò papà è scarso come spesso accade - troviamo ai vertici della classifiche Elden Ring che richiede una predisposizione alla sofferenza e una pazienza fuori dalla norma, e i soliti Forntnite, Dota, Lol o Cod. Parliamo di sparatutto in prima e in terza persona che possono risultare complicati per chi non ha riflessi più che allenati. Parliamo quindi una manciata di titoli che segnano un “gaming divide” tra padri e figli. Ciononostante la colpa è solo nostra, di noi genitori. E non del mercato, dell’industria videoludica e dei “giovani che non sono più come quelli di una volta”.

Di solito a questo punto dell’articolo chi vi scrive è chiamato a dare una spiegazione: «Sono un esponente della generazione X, ho più di 50anni e sono un gamer della prima ora». Questo per dire che ho una curva di apprendimento per il videogioco inteso come media culturale più bassa di altri. Ma allo stesso tempo devo confessare non sono un videogiocatore particolarmente bravo.

Ciononostante mi sono ripromesso che prima di rinunciare a condividere il divano con mio figlio farò tutto quello che è necessario per essere all’altezza. Perché il vero boss da battere, è lo sappiamo bene, è il tempo da dedicare ai nostri figli. Quando riesci a trovarlo lo devi usare, inseguendolo ovunque lui sia.

Nota di redazione, questo articolo può essere letto sostituendo la parola videogioco con “praticare sport insieme, andare a un concerto, giocare a scacchi”. E la parola papà con la mamma. Il significato non cambia.

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  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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