Personal branding

Come costruire una reputazione di successo per emergere nella competizione professionale

Come distinguersi nella competizione professionale attraverso il personal branding per comunicare il proprio valore aggiunto

di Luca Brambilla*

(AdobeStock)

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Digitalizzazione e accesso globale ai mercati hanno determinato un considerevole incremento della concorrenza, specialmente tra i liberi professionisti. Secondo una rilevazione Unioncamere, dal 2013 al 2023 il numero di Partite Iva è cresciuto del 15%. Con una competitività così esasperata è essenziale riuscire a emergere, imparando a raccontarsi in maniera distintiva e a comunicare il proprio valore aggiunto. Accade frequentemente che professionisti di elevata competenza non possano godere del meritato successo perché incapaci di trasmettere le proprie qualità e conoscenze. È questa considerazione che fa avvicinare sempre più persone a una pratica fino a qualche decennio fa appannaggio di pochi: il personal branding.

Era il 1997 quando sulla rivista Fast Company uscì un articolo intitolato “The Brand Called You” in cui lo scrittore Tom Peters introdusse il concetto per la prima volta, esortando i lettori a trarre ispirazione dai grandi brand per essere “i CEO dell’azienda di sé stessi”.

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Con il termine personal brand ci si riferisce all’insieme delle strategie messe in atto per promuoversi: si fonda sui valori e sulle credenze personali e subisce l’influenza del contesto in cui si opera e dell’altrui percezione. Il risultato non è dunque esclusivamente determinato da ciò che si comunica ma dall’insieme di connessioni ed esperienze che nascono dalla relazione autentica con gli altri. È da figurare come una sorta di pianeta, il cui nucleo duro è costituito dai valori profondi e il mantello, più sfumato e gassoso, dal contesto che lo circonda.

Perché curare il proprio brand personale

La cura della propria immagine ha radice nei meccanismi di formazione della prima impressione. Quando si entra in contatto con qualcuno si elabora un giudizio, immediato e superficiale, in un tempo che, a seconda degli studi, va da un massimo di qualche secondo a un minimo di trecento millesimi. La cura del proprio brand personale mira a garantire che questa valutazione sia quanto più positiva possibile. È il terreno fertile per innescare un processo di conoscenza, apprezzamento e fiducia, elementi centrali del celebre modello di business noto come fattore “Know, Like, Trust”.

Tuttavia si tratta di un terreno che, per generare i frutti auspicati, va coltivato nel tempo. Limitarsi alla costruzione di un’immagine artefatta, quindi non corrispondente al reale, significa perdere di vista il vero scopo: costruire relazioni volte alla realizzazione di concreti risultati di business. Per ampliare e consolidare l’efficacia del fattore Know, Like, Trust è utile prolungarne la scia considerando tre elementi aggiuntivi: contatto, relazione e operazione. La fiducia funge infatti da leva per facilitare il primo contatto con il cliente, che dovrebbe evolversi in una relazione duratura atta a far nascere operazioni, ovvero effettive azioni di business.

Come lavorare sulla propria immagine

Occorre dunque comprendere come operare per lavorare strategicamente sulla propria immagine. Un primo passo consiste nell’identificare cinque parole chiave, capaci di raccontare la propria personalità, domandandosi “quali sono le parole che vorrei venissero associate a me?”. Per individuarle può risultare utile confrontarsi con professionisti coi quali si è collaborato o con persone legate da un rapporto di affetto e stima (il proprio partner, un amico fidato, un membro della famiglia). Una volta individuate, queste parole possono diventare la base per la costruzione di uno storytelling capace di descrivere in modo chiaro e autentico il valore aggiunto che si è in grado di offrire. Si tratta di un processo che richiede un’attenta riflessione e che parte da un’intima negoziazione con se stessi volta a comprendere l’essenza di ciò che si desidera trasmettere.

Secondo Simon Sinek (Start With Why) la forza di un personal branding risiede nel perché, ovvero nella ragione profonda per la quale si opera sul mercato. Parafrasando (ed evolvendo) il suo pensiero potremmo dire che un personal brand efficace dimostra coerenza fra tre grandi pilastri: perché, come e cosa. Se il perché si riferisce alla sfera dei propri principi e valori, il come è la sua declinazione operativa (rappresentabile dagli obiettivi) mentre il cosa racchiude tutte le operazioni pratiche attuate per perseguire i propri scopi.

Nella scelta delle parole chiave occorre ricordare ognuna di queste dimensioni: soffermarsi sulla prima distoglierebbe l’attenzione dal risultato, considerare solo l’ultima rischierebbe di far dimenticare la motivazione che dà significato e direzione alle proprie azioni. Ecco quindi che solo bilanciando queste tre sfere si può costruire un personal brand realmente strategico. Marshall Rosenberg disse che “Le parole sono finestre o muri. Possono aprire spazi di comprensione o ergere barriere di incomprensioni”. Per questo è imprescindibile selezionarle meticolosamente, con la stessa cura con cui si sceglierebbe un abito per un’occasione speciale. In questo senso suona opportuno un monito: se non sei tu a raccontare la tua storia, qualcun altro lo farà al tuo posto.

*Direttore Accademia di Comunicazione Strategica

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