Energia e inflazione

Petrolio Brent al record da sette anni, il rischio geopolitico torna in primo piano

La domanda corre nonostante Omicron e l’offerta non sale abbastanza. Anche il rischio geopolitico intanto è tornato in primo piano

di Sissi Bellomo

Articolo aggiornato il 18 gennaio alle ore 16

Petrolio, Biden: saranno rilasciati 50 milioni barili da riserve

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Il petrolio soffia sul fuoco dell’inflazione, con un aumento delle quotazioni che si sta facendo sempre più intenso e che lunedì 17 ha visto il Brent spingersi sopra 86 dollari al barile, al record da sette anni (e martedì 18 gennaio le quotazioni sono salite fino a 88 dollari al barile). C’è qualche ostacolo a frenare il rally, ma è poca cosa di fronte alla lunga serie di fattori rialzisti che si sono allineati a influenzare il mercato. E alcuni analisti cominciano già a prevedere possibili impennate a 100 dollari al barile nei prossimi mesi.

Ora anche la geopolitica è tornata in primo piano, a far correre i prezzi. Un attentato con droni nel cuore degli Emirati arabi uniti, rivendicato dalle milizie yemenite Houthi, ha ucciso tre persone e mancato di un soffio obiettivi strategici, tra cui l’aeroporto di Abu Dhabi e alcuni depositi petroliferi della compagnia nazionale Adnoc.

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L’evento segna un’escalation (in precedenza gli attacchi degli Houthi erano mirati soprattutto contro l’Arabia Saudita) e aumenta il livello del rischio nell’area del Golfo Persico, proprio mentre le trattative sul nucleare iraniano sembrano di nuovo sull’orlo del collasso e mentre la tensione sta salendo alle stelle anche su altri fronti, in primis tra Usa e Russia sulla questione ucraina.

Geopolitica a parte, a giustificare il risveglio delle quotazioni del barile basterebbero i fondamentali di mercato. Non a caso i fondi di investimento, di fronte allo scenario che si va delineando, sono tornati ad accumulare di gran passo posizioni rialziste.

La domanda petrolifera non ha sofferto come si temeva con la variante Omicron del Covid. E la produzione di greggio, nonostante i prezzi elevati, fatica ad espandersi.

Negli Usa gli operatori dello shale oil si sono rimessi in moto, ma sono ancora lontani dai risultati di un tempo. E nell’Opec Plus ci sono difficoltà sempre più evidenti: la maggior parte dei Paesi membri non riesce ad aprire i rubinetti secondo i piani, tanto che a dicembre la coalizione ha estratto ben 650mila barili al giorno in meno rispetto alle quote concordate, stima S&P Global Platts.

L’Arabia Saudita e gli Emirati arabi sono forse gli unici in grado di incrementare davvero la produzione. Ma Riad per ora non sembra orientata a fughe in solitaria: «Abbiamo un accordo nell’Opec+, devo rispettare i miei colleghi e amici», ha dichiarato il principe Abdulaziz bin Salman, ministro saudita dell’Energia.

Ad alleviare un po’ le carenze intanto c’è il ripristino della produzione perduta nelle scorse settimane in Libia (che è esentata dalle quote Opec+): la compagnia Noc ha comunicato proprio lunedì 14 di essere tornata ad estrarre 1,2 milioni di barili al giorno, dopo averne persi fino a mezzo milione.

La notizia non sgombra l’orizzonte dai rischi, data l’alta instabilità che permane nel Paese, ma forse ha tolto un po’ di fiato alla corsa del Brent, che anche a causa della mancanza di greggio libico – molto sentita nel bacino mediterraneo – si è apprezzato di oltre il 10% da inizio anno (e del 27% dai minimi di dicembre).

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