Sui mercati è panico da guerra. E si guarda (ancora) alle Banche centrali
Gli investitori spiazzati dallo «scenario peggiore» aspettano a comprare al ribasso. Ma spuntano anche acquisti sui BTp: segno inequivocabile di attese per un rilassamento della Bce
di Maximilian Cellino
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I punti chiave
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Quando lo scenario peggiore, che tutti temevano ma non mettevano certo al primo posto come probabilità di realizzazione, diventa la realtà la risposta immediata dei mercati non può che essere senza mezze misure. Così si spiega il tracollo delle Borse, l’impennata del petrolio e delle altre materie prime (non solo legate all’energia), ma anche la rincorsa ai «beni rifugio», o alle attività ritenute comunque più al riparo dalla bufera che si sta scatenando per l’escalation militare fra Russia e Ucraina.
La ritirata degli asset rischiosi
Il «bollettino di guerra» dei listini azionari si apre con il crollo di Mosca (-39,4%), prosegue con un calo nell’ordine del 4% per le Borse europee (con Piazza Affari affossata soprattutto dalle banche a -4,1% a «bruciare» giovedì 24 febbraio circa 25 miliardi di capitalizzazione), ma parla anche di un rimbalzo nel finale di giornata per Wall Street percepita evidentemente più distante (non solo geograficamente) dall’epicentro del conflitto. All’impennata del prezzo del petrolio (+7% ben oltre i 100 dollari al barile), del gas (volato di oltre il 50% a quasi 150 megawattora, per poi ripiegare a 115) e anche dei cereali (il grano, di cui l’Ucraina è il quarto esportatore mondiale ha toccato i massimi storici sul mercato europeo) fa invece da contraltare la caccia agli investimenti in grado di limitare i danni, se non proprio di difendere i portafogli.
Il balzo dei beni rifugio
Su quest’ultimo fronte vale la pena di sottolineare il balzo dell’oro ai massimi dal settembre 2020. a riavvicinare la soglia dei 2mila dollari l’oncia, il rafforzamento di valute quali il dollaro (che ha ricacciato l’euro a quota 1,11), lo yen e il franco svizzero. Abbastanza prevedibile anche l’ondata di acquisti che ha interessato i titoli di Stato e che ha riportato i rendimenti decennali del Treasury Usa all’1,94% e quelli del Bund tedesco allo 0,17 per cento. Occorre però anche rilevare come stavolta gli acquisti abbiamo riguardato anche i BTp italiani, e in misura addirittura superiore visto che il tasso è sceso all’1,81% e lo spread si è ridotto a 164 punti base.
Qui però le considerazioni vanno oltre lo sconcerto creato nell’immediato fra gli investitori dalla rapida successione degli eventi, che ha portato a un generale abbassamento dell’asticella del rischio, e spostano gli interrogativi sulla futura successione degli eventi: quale il loro impatto e economico e quali, appunto, le reazioni dei Governi e soprattutto delle Banche centrali. «I mercati non prezzavano uno scenario di guerra e ora si stanno assestando, vista la portata di questo intervento militare», nota Monica Defend, Global Head of Research di Amundi, ammettendo che «ci vorrà del tempo prima che la situazione si stabilizzi» e preannunciando un periodo di «incertezza e volatilità».
Gli interrogativi degli investitori
Le sue parole fotografano lo stato d’animo generale dei gestori, che al momento preferiscono la prudenza e difficilmente si azzardano a provare a comprare al ribasso. Resta infatti ancora troppo elevata l’incertezza sulla durata, sulla piega che potrà prendere il conflitto e sulle sue conseguenze per le economie avanzate, a partire dall’Europa che come si è visto appare la più vulnerabile. A rischio, per gli investitori, è la stessa ripresa post-Covid, anche perché il ruolo di Russia e Ucraina nel condizionare il prezzo dell’energia e quindi dare ulteriore spinta a quell’inflazione che resta uno dei nodi principali per l’economia è fuori discussione.


