Riserve auree

G7 e Ue bloccano l’oro di Mosca. La Russia riuscirà a vendere i suoi lingotti?

La Russia ha riserve auree tra le più grandi del mondo, per un valore di oltre 140 miliardi di dollari, che potrebbero aiutarla ad aggirare le sanzioni.Ammesso che riesca a vendere lingotti

di Sissi Bellomo

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L’oro – estrema risorsa di sostentamento per i Paesi canaglia – diventa (ancora) più difficile da vendere per la Russia. Il G7 e l’Unione europea, spronati dagli Stati Uniti, daranno un ulteriore giro di vite per impedire che Mosca utilizzi le sue enormi riserve auree per procurarsi denaro aggirando le sanzioni.

È stata la Casa Bianca a confermare i piani, già in parte anticipati poche ore prima in un’intervista radiofonica dal premier britannico Boris Johnson, che ha inoltre dichiarato che vi siano «prove» del fatto che la Russia stia già tentando di liquidare una parte dei lingotti accumulati a ritmi da primato negli ultimi anni dalla banca centrale con l’obiettivo della dedollarizzazione.

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«I leader del G7 e della Ue – recita un comunicato della presidenza Usa – continueranno a lavorare insieme per impedire alla Russia di usare le sue riserve internazionali per sostenere l’economia e finanziare la guerra di Putin, anche chiarendo che qualsiasi transazione relativa all’oro della Banca centrale della Federazione russa è coperta dalle sanzioni esistenti».

Le riserve auree russe

Nei forzieri di Bank Rossii ci sono quasi 2.300 tonnellate d’oro, volumi raddoppiati nei cinque anni dopo l’invasione della Crimea nel 2014 e addirittura quintuplicati rispetto al 2007: un tesoro che oggi vale circa 140 miliardi di dollari, interamente custodito in territorio russo, ma che in realtà è già diventato molto difficile da monetizzare per Mosca.

Dopo l’invasione dell’Ucraina la banca centrale russa è stata colpita da sanzioni che ne hanno quasi del tutto paralizzato le attività sui mercati internazionali. E i lingotti fusi nel Paese non sono più accettati nelle maggiori piazze finanziarie, a cominciare da quella londinese, la più grande del mondo per gli scambi auriferi.

Il 7 marzo la London Bullion Market Association (Lbma) ha privato le raffinerie russe – sei in tutto – del “marchio” Good Delivery, sia pure salvaguardandolo per i lingotti già in circolazione a quella data, per non penalizzare chi li possiede. E anche il Cme Group, che controlla il Comex, non accetta più oro russo in consegna a fronte di contratti futures.

Le scappatoie dalle sanzioni

Rimane la scappatoia dello Shanghai Gold Exchange, ma non per grandi volumi. E comunque anche la Cina è diventata molto cauta nel fare affari con Mosca, quanto meno alla luce del sole.

È probabile che la Russia riesca comunque a vendere – o eventualmente svendere – il suo oro nel momento in cui avrà la necessità di farlo, ma le maglie delle sanzioni si stanno stringendo al punto che potrebbe non avere altre possibilità se non muoversi nell’ombra, compiendo transazioni clandestine con governi o società compiacenti. Proprio come hanno fatto in passato altri Paesi sotto sanzioni, come l’Iran o come il Venezuela, che durante il regime di Hugo Chàvez e poi di Nicolàs Maduro ha subito un tracollo economico tale da perdere quasi per intero le riserve auree che aveva messo da parte.

Mosca in realtà non sembra ancora arrivata a un simile livello di disperazione: l’export di combustibili continua a garantirle entrate di valuta pregiata (anche se il Cremlino ora vuole pagamenti in rublo per il gas) e il fondo sovrano continua a darle ossigeno.

Almeno ufficialmente, Bank Rossii oggi non sta vendendo, ma comprando oro. Dopo aver interrotto l’accumulo di riserve auree nell’aprile 2020, lo scorso 28 febbraio la banca centrale ha comunicato la ripresa degli acquisti, come sempre sul mercato locale. La Russia, colosso minerario, è anche il secondo produttore aurifero al mondo, superata solo dalla Cina.

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