Aziende al bivio: come rispondere alla “great migration” professionale
Il coinvolgimento della Generazione Z sarà fondamentale per trovare soluzioni in grado frenare il continuo cambiamento del posto di lavoro
di Gianni Rusconi
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Solo nei primi dieci mesi del 2021, in Italia sono state rilevate 777mila cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, 40mila in più rispetto a due anni prima. E la Generazione Z si è distinta come la categoria che ha subito più delle altre le conseguenze della pandemia. Lo studio “Nuove Generazioni: Nuove Organizzazioni”, realizzato dalla società di consulenza BIP con gli esperti di OpenKnowledge, ha messo sotto la lente di ingrandimento le diverse facce delle “Great Migration” e ha delineato le possibili contromisure percorribili dalle organizzazioni.
Gli autori dello studio hanno innanzitutto spiegato la ragione di una diversa denominazione del fenomeno: la “Great Migration” va intesa infatti come evoluzione del concetto ormai noto della “Great Resignation”. Fra le righe della corsa alle grandi dimissioni, insomma, va considerata la propensione delle persone a cambiare occupazione per trovare un impiego più vicino alle proprie aspirazioni (e alle priorità nate nel periodo pandemico) piuttosto che quella dell’abbandono tout court del posto di lavoro e della conseguente uscita dal mercato.
Ed è proprio in questa chiave di lettura che emerge chiaramente la necessità, per le aziende, di riconoscere i nuovi desideri e le nuove prospettive di sbocco professionale dei propri addetti. Numeri alla mano, l’onda della “grande migrazione” ha toccato in modo non uniforme le varie fasce di lavoratori e in ragione di questa evidenza comprendere i comportamenti degli zoomer, i nati tra il 1996 e il 2010 (i soggetti più colpiti dal fenomeno in questione), significa guadagnare un vantaggio strategico.
Per affrontare una sfida dagli sviluppi ancora non facilmente determinabili, la strada maestra suggerita dagli esperti è quella di affrontare il tema dell’incontro intergenerazionale in azienda. Anziché utilizzare cluster per raggruppare e dividere le persone in base alla loro età, costruendo strategie efficaci per un gruppo ma svantaggiose (se non dannose) per gli altri, il vero obiettivo a cui tendere è invece quello di generare uno scambio positivo tra le persone di generazioni diverse, valorizzando i punti di incontro possibili per sostenere la creazione di una esperienza coerente e condivisa.
“Il fenomeno - ha spiegato Rosario Sica, Ceo di OpenKnowledge - ha radici profonde e nasce dentro le modalità attraverso le quali abbiamo gestito per anni le aziende. Le organizzazioni devono essere più curiose e liberarsi dalle vecchie abitudini per fare spazio al nuovo: rispondere alla sfida della great migration significa prima di tutto favorire un’attitudine positiva al cambiamento, mettendo sempre le persone al centro di ogni iniziativa”.

