BTp, con la ritirata Bce il Tesoro cerca nuovi acquirenti per oltre 20 miliardi
Schivata l’insidia Moody’s pronta una nuova sfida per il Mef. La stretta sui riacquisti dell’Eurotower, proprio quando si rischia di fare meno affidamento sull’aiuto delle banche italiane alle prese con la restituzione dei fondi Tltro.
di Maximilian Cellino
4' min read
I punti chiave
4' min read
Schivate una dietro l’altra le insidie S&P, Fitch e soprattutto quella di Moody’s - che ha un rating sul debito italiano a un passo dal grado «junk», ma che non si è pronunciata su di esso preferendo rimandare al futuro il giudizio - i BTp si avviano ad affrontare la prossima sfida. Dopo aver interrotto gli acquisti diretti, a partire dal primo luglio la Bce impegnata nella riduzione del proprio bilancio cesserà infatti anche di rimpiazzare le obbligazioni detenute in portafoglio che nel frattempo sono giunte a scadenza e le cedole da loro incassate.
Acque tranquille (per ora)
I riacquisti proseguiranno per il solo piano emergenziale Pepp (Pandemic emergency purchase programme) e non più per il canonico programma App (Asset purchase programme) che per la maggior parte si era concentrato proprio sui titoli di Stato. E anche se i BTp navigano da tempo in acque apparentemente tranquille , come dimostra l’andamento poco volatile dei loro rendimenti e soprattutto la distanza dai Bund tedeschi misurata da uno spread che rimane sotto un’ideale «soglia di dolore» dei 200 punti base, quello che passa in gergo come quantitative tightening (Qt) è un fenomeno da tenere sotto stretta osservazione. Sul mercato verrà infatti improvvisamente a mancare una forte domanda di titoli, che dovrà necessariamente essere rimpiazzata da altri investitori, e non sarà sempre semplice.
L’annuncio dato dall’Eurotower nella riunione del 4 maggio non è stato in sé un fulmine a ciel sereno: gli investitori prezzavano già una decisione simile e questo spiega la relativa tranquillità dello spread dei titoli italiani, ritenuti in genere fra i più esposti a una decisione simile. Sulla carta però l’impatto potrebbe non essere indifferente in un futuro neanche troppo lontano: UniCredit calcola che nel 2023 gli asset complessivi detenuti dalla Bce attraverso i programmi di riacquisto diminuiranno di circa 210 miliardi di euro e di 165 miliardi quando si guarda ai soli titoli di Stato.
L’impatto stimato dagli analisti
Va detto che si tratta di una riduzione di circa il 6,5%, inferiore al ritmo al quale stanno procedendo Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. Ma il tema è un altro: capire in quale modo i reinvestimenti saranno redistribuiti e quanti riguarderanno i BTp. E soprattutto chi potrà sostituire la «mano» della Banca centrale finora provvidenziale. Sullo spaccato non esistono dati ufficiali e occorre quindi affidarsi alle stime degli analisti: sempre UniCredit stima che da oggi a fine anno sarà di circa 23 miliardi l’ammontare di titoli pubblici italiani idealmente da rimpiazzare, con il rischio che il valore sia superiore dato che i rimborsi dei BTp sono «particolarmente abbondanti» nella seconda parte dell’anno.
Commerzbank arriva in effetti a prevedere attorno ai 26 miliardi di mancati reinvestimenti Bce nel secondo semestre 2023 per il Tesoro italiano, una cifra pari al 24% dell’offerta lorda attesa per il periodo. Seguono Germania, con 23 miliardi, Francia con 17 miliardi e Spagna con 11 miliardi, ma con un’incidenza sullo stock più ridotta (fra il 13 e il 16%) che in teoria le mette relativamente più al riparo da sorprese.


