Cresce lo spreco alimentare e aumenta l’insicurezza tra le fasce più deboli
Waste Watcher International: ogni italiano in media butta via 81 grammi di cibo al giorno (+8%) per un valore di 13 miliardi. E chi si dichiara povero mangia peggio e spreca di più.
di Emiliano Sgambato
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Cresce lo spreco alimentare: mediamente ogni italiano in media butta via 81 grammi di cibo al giorno, pari a oltre due chili al mese, in crescita dell’8% rispetto al dato dello scorso anno. Così nel 2024 in Italia lo spreco alimentare costerà circa 290 euro annui a famiglia. é il trend secondo il consueto Osservatorio annuale di Waste Watcher International – su monitoraggio Ipsos/Unibo (Università di Bologna), usando l’indice Fies (Food Insecurity Experience Scale) – in occasione dell’11esima Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, in calendario lunedì 5 febbraio, secondo cui l’impatto economico del food waste nazionale che vale oltre 13 miliardi di euro.
Lo spreco a livello domestico incide per oltre 7miliardi e 445 milioni, quello nella distribuzione che vale circa la metà (quasi 4 miliardi di euro); lo spreco in campo e nell’industria è invece molto più contenuto.
Si spreca di più nelle città e (+8%) e meno nei piccoli centri, sprecano di più le famiglie senza figli (+ 3%) e soprattutto molto di più i consumatori a basso potere d’acquisto (+17%).
Secondo il rapporto, infatti, «chi si dichiara ’povero’ non solo mangia peggio, ma spreca di più (+ 17%)». Più nel dettaglio, «il ceto che si autodefinisce “popolare” (“mi sento povero e fatico ad arrivare alla fine del mese”) e che in Italia conta oltre 5,7 milioni di persone (oltre il 10% della popolazione, dati Istat) presenta un aumento del 280% di insicurezza alimentare rispetto alla media italiana».
Secondo l’analisi, infatti, un consumatore su due a basso potere d’acquisto cerca cibo a ridosso di scadenza per risparmiare, il 41% sceglie il discount a scapito del negozio, il 77% ha intaccato i risparmi per fare fronte al costo della vita, il 28% ha tagliato ulteriormente il budget per la spesa alimentare.
«Sono dati che dobbiamo attenzionare con cura – rileva il direttore scientifico Waste Watcher, Andrea Segrè – perché ci permettono di evidenziare la stretta connessione fra inflazione e insicurezza globale da un lato e ricaduta sociale dall’altro, fra potere d’acquisto in calo costante e conseguenti scelte dei consumatori che non vanno purtroppo in direzione della salute dell’ambiente, ma nemmeno di quella personale. Se in un primo momento l’effetto inflazione ha portato a misurare con decisione gli sprechi, prolungata nel tempo ha costretto i cittadini all’adozione di nuove abitudini ‘low cost’ per fronteggiare la crisi. Scegliere cibo scadente, meno salutare e spesso di facile deterioramento non comporta solo un aumento del cibo sprecato in pattumiera, ma anche un peggioramento nella propria dieta e nella sicurezza alimentare. Se la salute nasce a tavola, dal cibo scadente deriva l’aggravio dei costi sociali e ambientali. In definitiva: da poveri mangiamo e stiamo peggio, e sprechiamo persino di più. E questo circolo vizioso si riverbera sull’ambiente».


