Studio Bce

Derivati sull’energia, rischio concentrato su poche banche

In mano a quattro istituti il clearing per l’85% del valore dei contratti scambiati su borse europee. In molti casi le stesse banche prestano denaro alle società energetiche. E i crediti sono quadruplicati in un anno. Per la Bce ci sono rischi per la stabilità finanziaria

di Sissi Bellomo

(nmann77 - stock.adobe.com)

3' min read

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Dai derivati sull’energia un rischio per la stabilità finanziaria. Anche la Banca centrale europea ora suona un campanello d’allarme, sulla scia di quanti temono addirittura un nuovo caso Lehman scatenato dall’estrema volatilità dei prezzi e dalle pressioni sulla liquidità dovute all’esplosione dei margini di garanzia.

Del tema si discute da mesi. Ma è tutt’altro che scontato il quadro delineato dall’Eurotower in un allegato all’ultima Financial Stability Review. Colpisce ad esempio quanto sia sottile la cinghia di trasmissione del pericolo: a fine agosto – mentre i prezzi di gas ed elettricità volavano ai massimi storici – in Europa c’erano solo quattro banche a fare da intermediarie con le casse di compensazione per l’85% (in valore) delle posizioni su derivati energetici nelle borse regolamentate.

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Spesso poi le banche che si occupano del clearing sono le stesse che erogano prestiti alle aziende nel settore dell’energia, molte delle quali oggi sono in gravi difficoltà proprio per colpa della volatilità sui mercati: caso eclatante è la tedesca Uniper, affondata da 40 miliardi di perdite e costretta al salvataggio di Stato, ma la stretta sulla liquidità è un problema che tuttora minaccia decine di operatori.

LINEE DI CREDITO E PRESTITI A SOCIETÀ CHE SCAMBIANO DERIVATI ENERGETICI

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«Un quarto delle società energetiche – osservano i tecnici Bce – usa le stesse banche per ottenere credito e per i servizi di clearing di derivati. Queste imprese in media operano con tre banche come clearing member e ottengono credito da cinque banche».

Nel rapporto non si fanno nomi. Ma il grosso delle transazioni su derivati energetici in Europa oggi avviene all’Eex (European Energy Exchange), borsa con sede a Lipsia, in Germania. La cassa di compensazione, controllata da Deutsche Börse come la stessa Eex, è Eec (European Commodity Clearing) che ha in tutto 30 “clearing members”.

Per l’Italia ci sono Akros, Popolare di Sondrio e Intesa Sanpaolo, più Unicredit attraverso la filiale tedesca. Nell’elenco figurano anche i colossi Usa Jp Morgan, BofA, Citi, Goldman. E ci sono tra gli altri Abn Amro, Ubs, Bnp Paribas, Commerzbank.

Le banche, anche quando si limitano ad anticipare il versamento dei margini per conto di clienti, sono direttamente responsabili nei confronti delle clearing house. E quindi, sottolinea lo studio Bce, sono esposte a cascata a un rischio liquidità qualora i clienti non fossero in grado di reintegrare le somme.

A volte c’è anche un rischio di credito di controparte in caso di default di clienti, aggiungono i tecnici dell’Eurotower, perché in genere è con una banca che si sottoscrivono contratti derivati nel mercato Otc (Over-the-counter), fuori dalle borse regolamentate. E questo comincia ad accadere più spesso di un tempo, per evitare il peso abnorme dei margini di garanzia: quelli iniziali sono raddoppiati tra la fine del 2021 e metà 2022, raggiungendo livelli record ad agosto. In più ci sono state frequenti impennate dei margini variabili, integrazioni richieste quando cambia il prezzo del sottostante: le famigerate margin call.

La giornata più nera è stata il 29 agosto quando, in base ai dati raccolti dalla Bce, nell’eurozona c’era la somma record di 148,3 miliardi di euro depositata come margine iniziale per derivati su commodities (contro i 30-40 miliardi di ottobre 2021) e sono partite margin call – anch’esse di entità senza precedenti – di 103,1 miliardi per i contratti sul gas al Ttf e di 306 miliardi per l’elettricità in Germania.

Chi era esposto su entrambi i fronti è stato chiamato a triplicare i depositi in un solo giorno, versando cifre enormi, anche se la fotografia scattata dalla Bce (per quanto inquadri solo uno spicchio del mercato) spinge forse a ridimensionare la stima di «1.500 miliardi di margin call» con cui un dirigente di Equinor aveva scatenato l’allarme per una nuova Lehman.

Nelle fasi più tempestose qualche operatore ha chiuso le posizioni sui derivati energetici, a costo di sopportare forti perdite. Ma non si ha notizia di grossi default, dunque le garanzie, per quanto esorbitanti, sono state versate. E sono state le banche a tappare il buco per chi non aveva liquidità sufficiente.

Le linee di credito concesse (non sempre con garanzia statale) a società energetiche sono quadruplicate in un anno, arrivando ad agosto a un importo complessivo di 19,2 miliardi , di cui 13,2 miliardi a favore di produttori di elettricità (da 1,4 miliardi un anno prima). In aggiunta, i prestiti al settore sono saliti nello stesso periodo da 9,2 a 15,4 miliardi (circa metà ai “power generators”).

«Le banche – si legge nello studio Bce – rappresentano la prima linea di difesa per le aziende che hanno bisogno immediato di fondi e il loro doppio ruolo di clearing members e fornitori di credito può condurre a una concentrazione di esposizioni». Un rischio accentuato dal fatto che nel caso dell’energia gli istituti coinvolti sono pochi e tendono ad essere sempre gli stessi.

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