Gas russo, nuova stretta su Nord Stream. Tagliate anche le forniture all’Eni
Notificata da Gazprom una riduzione del 15% per l'Italia, che probabilmente è destinata a salire. È la ricaduta di quella che ormai ha preso i contorni di una contesa tra Mosca e Berlino. La tensione è sempre più alta e il prezzo del gas vola oltre 120 euro/MWh
di Sissi Bellomo
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La Russia chiude ulteriormente i rubinetti del gas verso la Germania, portando al 60% la riduzione dei flussi nel Nord Stream. E Berlino risponde accusandola di agire «per motivi politici», con l’intento di «destabilizzare i mercati»: il prezzo del combustibile si è di nuovo impennato di quasi il 25%, superando 120 euro per Megawattora al Ttf nella seduta di mercoledì 15.
Sale l’allarme per quella che assume sempre di più i contorni di un’aspra contesa tra Mosca e Berlino. E tra i primi a farne le spese c’è l’Italia, non solo per il costo esorbitante dell’energia: Eni ha fatto sapere che Gazprom le ha notificato una riduzione del 15% delle forniture, un taglio che – c’è da scommetterci – è destinato ad aumentare.
Il colosso russo non ha offerto alcuna giustificazione per la stretta alla compagnia di San Donato. Ma non risulta che si sia aperta alcuna controversia che interessi in modo specifico l’Italia: Eni sta pagando regolarmente Gazprom, con il doppio conto bancario in euro e rubli aperto a metà maggio, sia pure tra mille cautele, con il benestare del Governo Draghi e (al di là delle dichiarazioni pubbliche) anche della Commissione europea.
Se dalla Russia ci arriva meno gas quasi certamente è perché Gazprom non riesce più ad esportare come prima: Mosca ha perso (in gran parte volontariamente) capacità di trasporto su quasi tutti i gasdotti verso l’Europa, da ultimo il Nord Stream – collegamento diretto con la Germania, attraverso il Mar Baltico – in cui fino a poco tempo fa passava oltre la metà delle forniture a continente.
Martedì 14 Gazprom aveva comunicato che avrebbe dovuto ridurre del 40% i flussi nel gasdotto: colpa di un ritardo nelle riparazioni alla stazione di compressione di Portovaya, in territorio russo, provocato a sua volta dalle sanzioni occidentali, che impediscono alla tedesca Siemens Energy di far rientrare una turbina dal Canada.


