Gli approvvigionamenti energetici tra prezzi insostenibili e scelte europee
Gli interventi mitigano l’impatto dell’esplosione dei prezzi dell’energia, ma l’entità dell’incremento non consente di mettere al riparo le aziende
di Stefano Allegri* e Andrea Gavazzeni *
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La crisi energetica sta assumendo contorni sempre più preoccupanti e minaccia seriamente la ripresa post-pandemia. Le imprese manifatturiere si trovano a fare i conti con prezzi di energia e gas letteralmente esplosi negli ultimi mesi (con incrementi che hanno segnato punte anche del 500% rispetto ai minimi del 2020) e con grandi difficoltà nel reperimento delle materie prime. La situazione si è aggravata con l’avvio delle operazioni militari russe in Ucraina, ma pone le sue fondamenta nei mesi precedenti, a partire dallo scarso riempimento degli stoccaggi di gas sul territorio europeo nell’estate 2021.
Con il basso livello delle scorte per l’inverno, il rischio era quello di non avere gas a sufficienza per affrontare il periodo del riscaldamento, ma fortunatamente le temperature sono spesso risultate sopra le medie del periodo e hanno consentito di superare la fase critica senza dover interrompere le forniture ai soggetti industriali per garantire la continuità del servizio alle utenze domestiche. Terminato il periodo invernale, dobbiamo ora procedere alla ricostituzione degli stoccaggi, partendo da livelli inferiori rispetto a quelli dello scorso anno. In questo scenario, la proposta europea di definire un livello minimo di riempimento da raggiungere prima del prossimo inverno per poter affrontare la prossima stagione fredda con maggiore serenità genera ulteriore pressione sul sistema gas, mantenendo i prezzi a livelli elevati anche per il periodo estivo.
Questo fattore si aggiunge alla questione principale, legata alle forniture russe. Detto che dall’avvio del conflitto in Ucraina le esportazioni della Federazione Russa verso l’Europa sono addirittura aumentate, il Vecchio Continente si è reso conto di avere una forte dipendenza dal gas russo: oltre il 40% del gas consumato in Europa arriva dai giacimenti russi. Questo è il principale motivo per cui nelle sanzioni verso la Russia non compare la voce gas naturale. L’Europa sta cercando soluzioni alternative per affrancarsi dalla dipendenza da Gazprom, ma i quantitativi in gioco, la lentezza delle decisioni e la difficoltà di attuazione rendono impossibile uno svincolo in tempi brevi.
Nel pacchetto di possibili soluzioni che l’Unione Europea sta studiando compaiono alcune proposte decisamente ambiziose, come quella che prevede l’aumento del contributo di fonti di approvvigionamento alternative entro la fine dell’anno per oltre 60 miliardi mc, mediante il ricorso a importazioni aggiuntive di GNL, di gas via tubo da altri fornitori e ad una maggiore produzione di biometano: considerando che in Europa, ad eccezione della Spagna, non ci sono consistenti capacità di rigassificazione di GNL inutilizzate, che i Paesi produttori di gas non hanno grandi margini di incremento rispetto alle quantità già contrattualizzate e che i tempi per la costruzione delle infrastrutture necessarie non sono certamente rapidi (si deve ragionare in termini di qualche anno), l’obiettivo pare molto sfidante.
Il paventato contributo delle misure relative all’efficientamento lascia quantomeno perplessi, in quanto tali interventi richiedono tempo per la loro implementazione. L’effettivo impatto sui consumi della proposta di riduzione della temperatura degli ambienti riscaldati di 1°C potrebbe essere molto meno consistente di quanto ipotizzato nel Pacchetto RePower EU della Commissione Europea, considerando che un’imposizione di questa natura può essere garantita in locali privati soltanto dalla scelta del singolo cittadino e l’effetto di tale intervento rischia di essere ridimensionato da temperature invernali più rigide.

