Il linguaggio ipocrita (ma politicamente corretto) fa bene alle aziende?
Le belle parole spesso sono un analgesico che offre l’illusione della quiete ma allontana un intervento risolutivo, peggiorando di fatto la situazione
di Lorenzo Cavalieri *
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Nel mio ruolo di consulente di comunicazione ogni tanto mi capita di essere apostrofato come “quello che ci insegna a scrivere le mail politicamente corrette”, “quello che ci insegna a raccontare bene le bugie”, “a manipolare”. All’inizio difendevo il valore del mio lavoro con lunghi giri di parole che probabilmente confermavano ai miei interlocutori le loro impressioni. Negli ultimi anni di fronte a queste notazioni ironiche rispondo in modo più secco e diretto “in un certo senso”. Aggiungo che se il contesto cultuale rende necessario l’utilizzo di un linguaggio diplomatico per interagire con i colleghi e i clienti la colpa non è di un povero consulente.
Nelle grandi organizzazioni aziendali l’attenzione alla scelta delle “parole giuste” è sempre stata molto elevata, ma oggi assume tratti maniacali. Fino a qualche tempo fa si avvertiva la necessità di misurare le parole soprattutto per il timore che una frase infelice potesse scatenare azioni legali o vertenze sindacali. Oggi siamo oltre quel paradigma. In quella che è stata definita Società del piagnisteo (cfr. “La cultura del Piagnisteo, la saga del politicamente corretto”, Robert Hughes, Adelphi Edizioni), la società per intenderci in cui non si può bocciare a scuola e in cui tutti ci sentiamo discriminati per qualcosa, le aziende sono consapevoli che la propria reputazione tutti i giorni danza su un sottilissimo filo.
Nessuno deve urtare la suscettibilità di nessuno e quindi il linguaggio deve essere sempre “inclusivo” e “non giudicante”. In linea teorica ovviamente nulla da obiettare. Siccome scrivere a un collaboratore che sta facendo male potrebbe deprimerlo dovremo scrivere “che i suoi obiettivi sono stati parzialmente raggiunti”. Siccome scrivere che c’è stato uno “scontro” tra team potrebbe rappresentare uno scenario di ostilità e scarso rispetto reciproco la parola “scontro” andrà sostituita con “confronto”. Siccome parlare di “errori” potrebbe risultare offensivo nei confronti di chi non è stato messo nelle condizioni di operare al meglio, è consigliabile sostituire “errori” con “punti di attenzione”.
L’elenco di esempi potrebbe proseguire per chilometri. La domanda che ci dobbiamo porre è: “Questa ipocrisia linguistica ci fa bene?”. Probabilmente sì. Nella società del piagnisteo non ci sono alternative evidentemente. Tuttavia è bene essere consapevoli di una serie di criticità che inevitabilmente vengono a galla nel mondo del “politicamente corretto aziendale”:
1) Le verità tendono ad essere diluite o aggirate attraverso formule soft. Questa dinamica può condurre facilmente a equivoci e incomprensioni che non aiutano le persone nel loro sviluppo professionale. Se io fossi convinto di essere un bravissimo project manager e ricevessi dal mio capo un feedback del tipo “Hai fatto leva sulle esperienze del team per rafforzare la tua leadership” sarei sicuramente contento e contestualmente sarei portato a trascurare un’altra possibile interpretazione di quelle parole (“Non hai dimostrato abbastanza leadership e ti sei dovuto far aiutare”). Se l’intenzione del mio capo fosse stata in effetti quella di segnalarmi un deficit di leadership io non l’avrei colta e dunque non avrei potuto intraprendere un percorso di miglioramento.

