Mind the Economy/Justice 95

Perché la disuguaglianza mina alle radici gli stati democratici

Secondo il filosofo Thomas Scanlon, «la diseguaglianza, generando una distribuzione distorta del potere, si traduce in una limitazione effettiva delle opportunità della maggioranza dei cittadini»

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“Credo che l’uguaglianza sia un obiettivo politico importante. Praticamente ogni società è segnata da forme di disuguaglianza la cui eliminazione è un obiettivo politico di primaria importanza. Ma quando mi chiedo perché ritengo così importante che queste disuguaglianze vengano eliminate, scopro che le mie ragioni a favore dell’uguaglianza sono in realtà molto diverse, e che la maggior parte di esse può essere ricondotta a valori fondamentali diversi dall’uguaglianza stessa”. Così scriveva Thomas Scanlon nell’incipit della sua Lindley Lecture tenuta all’University del Kansas il 22 febbraio del 1996. E, continuava il filosofo “L’idea che l’uguaglianza sia, di per sé, un valore morale fondamentale finisce per avere un ruolo sorprendentemente limitato nel giustificare le mie ragioni per pensare che molte delle forme di disuguaglianza che vediamo intorno a noi dovrebbero essere eliminate” (The Diversity of Objections fo Inequality, 1997, p. 1).

Lotta alla disuguaglianze

C’è molto di più a giustificare la legittimità morale della lotta alle disuguaglianze che il solo valore intrinseco del principio di uguaglianza. La voce di Scanlon, a questo riguardo, si leva come un appello che invita alla ricerca dell’uguaglianza non come mero livellamento, ma come risposta all’esigenza profonda di una giustizia relazionale. Non un’astratta geometria della distribuzione, ma un insieme di obblighi e doveri reciproci, intessuti nella trama della nostra vita comune. Scanlon non vede l’uguaglianza come un fine in sé, bensì come il frutto di relazioni giuste, di istituzioni che riflettono equità, di società che non lasciano nessuno ai margini senza riuscire a fornire una giustificazione. Come egli stesso afferma “La mia ipotesi è che la mera idea di eguale considerazione conduca a conseguenze sostanzialmente egualitarie solo attraverso altri valori più specifici, molti dei quali non sono essenzialmente egualitari” (p. 1). La critica che viene mossa alla concezione dell’uguaglianza come mero livellamento distributivo è potente e sposta il problema dal garantire a tutti le stesse risorse, alla consapevolezza che eradicare le disuguaglianze significa innanzitutto combattere la causa principale dell’oppressione, dell’esclusione e del dominio. Perché il problema dell’ingiustizia non è solo economico, ma principalmente simbolico e politico.

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Uguaglianza e giustizia

L’uguaglianza, in questo senso, è intesa primariamente come un mezzo per garantire a tutti condizioni di vita dignitose e alleviare il dolore generato dall’ingiustizia. La giustizia richiede che si allevino le sofferenze laddove è possibile farlo senza creare danni equivalenti o maggiori ad altri. La disuguaglianza getta il suo lo stigma su chi si trova nei gradini più bassi della gerarchia sociale. Le differenze materiali, per questo, non sono solo numeri su una scala di reddito, ma si riflettono nella dignità e nell’autostima delle persone. Se la società tratta alcuni come esseri inferiori, la stessa esistenza diventa un costante ricordo della loro marginalizzazione. Scrive ancora il filosofo: “Quando lo stile di vita di alcuni diventa la norma per una data società, coloro che sono al di sotto di tale norma proveranno un senso di inferiorità e vergogna” (p. 2). Ma soprattutto la disuguaglianza è una questione di potere e di controllo, di dinamiche che vanno oltre la semplice disparità economica. Quando la ricchezza si concentra in poche mani, chi ne è privo non solo vive peggio, ma diventa vulnerabile alle decisioni di coloro che detengono il potere economico e politico. E non solo oggi, ma anche un domani i figli dei più svantaggiati si ritroveranno a poter godere di minori opportunità e saranno gravati da una zavorra che hanno semplicemente avuto la sfortuna di ereditare.

L’uguaglianza allora non deve solo rimediare alle disparità presenti, ma deve garantire che il futuro non sia predestinato da un passato iniquo. In particolare, su questo punto le istituzioni pubbliche si giocano la loro credibilità, perché se la loro azione non viene percepita come giusta e imparziale e si diffonde l’idea che le regole del gioco sono truccate, allora la legittimità stessa del sistema economico e politico viene compromessa e il patto sociale si sgretola. Si capisce allora, date le profonde implicazioni del tema dell’uguaglianza in ambito politico, perché Scanlon rifiuti la critica di Robert Nozick secondo cui una società egualitaria rappresenterebbe una minaccerebbe per la libertà individuale. È semmai la diseguaglianza - controbatte Scanlon - che generando una distribuzione distorta del potere, si traduce in una limitazione effettiva delle opportunità della maggioranza dei cittadini. In ultimo, mi da una certa soddisfazione poter arruolare anche Thomas Scanlon, assieme a John Rawls, Friedrich von Hayek e molti altri, nelle fila dei critici della meritocrazia. Con riferimento al tema di quanto la ricchezza sia “meritata”, Scanlon sottolinea quante fortune sono il risultato di circostanze arbitrarie e di sistemi economici costruiti sulla disuguaglianza. Una società giusta non può adottare la retorica illusoria della meritocrazia che rimane cieca davanti alle condizioni strutturali che influenzano il successo o l’insuccesso. Anche supponendo che “questa discriminazione meritocratica non sia ingiusta – scrive Scanlon, che cioè - (1) non si basa su ipotesi infondate di differenze di abilità, ma su differenze effettive e dimostrate, e (2) non è inutile, ma serve a importanti obiettivi sociali (…) le differenze di status e di trattamento che ne derivano sono ancora da deplorare in quanto disuguaglianze discutibili (…) Sebbene non sia ingiusta, questa meritocrazia può privare alcune persone di una solida autostima, della consapevolezza del proprio valore e della certezza che la propria vita e i propri successi abbiano una senso” (p. 13). Il problema, quindi, è che la disuguaglianza e la sua legittimazione che produce la retorica meritocratica danno origine ad una condizione nella quale gli svantaggiati sono non solo umiliati ma anche colpevolizzati.

Un legame pericoloso

Il tema viene sviluppato ulteriormente da Scanlon nel suo ultimo libro Why does Inequality Matter? (Oxford University Press, 2018) dove viene approfondita la teoria relazionale della giustizia e dove viene ribadito con forza il legame tra la disuguaglianza e la concentrazione del potere. Le forme più gravi di disuguaglianza non riguardano, infatti – argomenta Scanlon - solo il fatto che qualcuno possiede di più e altri di meno, ma piuttosto l’impatto che queste differenze hanno su una distribuzione diseguale del potere, del prestigio e delle opportunità di partecipazione alla vita politica. Per contrastare queste distorsioni la prospettiva del filosofo americano sulla giustizia immagina un’idea di società in cui il rispetto reciproco debba essere il principio fondante delle istituzioni e la regola aurea dei rapporti tra individui. L’uguaglianza, cioè, non è più vista come un punto di partenza, né un obiettivo finale, ma piuttosto, come un criterio che informa dinamicamente le relazioni giuste. Questa prospettiva non richiede di cancellare ogni differenza tra le persone, ma piuttosto di eliminare quelle ingiustizie che deformano la dignità dei singoli. Non impone un’uguaglianza matematica, ma propone un orizzonte di equità, in cui le istituzioni sono al servizio di tutti e non solo di pochi. La posizione del filosofo di Harvard si configura, in questo senso, come una critica efficace alla concezione meramente distributiva dell’uguaglianza, una critica che apre il campo ad una riflessione più ampia sulle condizioni politiche che rendono possibile una società giusta.

Il ruolo della politica

Le implicazioni politiche di questo approccio sono molte ed importanti. Se l’ingiustizia non risiede tanto nella disparità di risorse, infatti, bensì nella distorsione delle relazioni sociali che questa genera e nella creazione di strutture di dominio e subordinazione degli uomini sugli altri uomini, ne consegue che la politica deve assumere un ruolo attivo non solo per quanto riguarda i meccanismi redistributivi, ma più in generale nella costruzione di un ordine democratico equo e inclusivo. Perché se l’ineguale distribuzione della ricchezza incide sulla capacità di partecipare alle decisioni politiche e alla vita pubblica, allora la democrazia non può essere lasciata alla mercé delle dinamiche dei mercati dove i più ricchi producono “denaro per mezzo di denaro” – parafrasando Piero Sraffa – e quindi “potere per mezzo di denaro”. E’ compito imprescindibile delle istituzioni democratiche quello di mettere in atto un intervento istituzionale deciso ed efficace volto a contrastare la concentrazione di questo potere nelle mani di pochi. Un intervento in grado di garantire che le istituzioni rimangano strumenti di controllo e rappresentanza effettiva. Del resto se la ricchezza diventa sinonimo di influenza e accesso privilegiato ai processi decisionali, come più di frequente è il caso, la democrazia si svuota del suo significato autentico, correndo il rischio di ridursi ad una plutocrazia mascherata. Emerge così il senso, forse troppo a lungo dimenticato, della regolamentazione pubblica di attività come il finanziamento privato alla politica, l’attività delle lobby e la garanzia della pluralità del dibattito pubblico attraverso i media.

La logica distorsiva della disuguaglianza è ulteriormente rinforzata, secondo Scanlon, da una pervicace ideologia meritocratica. Qui non si tratta di negare il senso e anche la bontà di un criterio quale quello del “merito”, ma di denunciarne la deriva ideologica e le conseguenze che portano ad una terribile legittimazione morale delle disuguaglianze sistemiche. L’idea che il mercato premi “i migliori” si traduce in una forma di darwinismo sociale, che giustifica il privilegio e colpevolizza la povertà. Da qui la necessità – conclude Scanlon - di politiche pubbliche attive e capaci di correggere le disuguaglianze strutturali. Si tratta di attuare forti investimenti pubblici specialmente nei campi dell’istruzione, della sanità e delle politiche di inclusione, per scongiurare il fatto che il destino di ciascun individuo venga scritto dalle sue condizioni di nascita.

L’altro come pari

Tutti questi elementi trovano una collocazione quando si considera che nella concezione di Scanlon la politica non può essere intesa come mera gestione del potere, ma piuttosto come un processo deliberativo in cui ogni persona è riconosciuta quale interlocutore morale cui attribuire pari dignità. Affinché questo diventi possibile è necessario rimettere al centro la dimensione partecipativa e dialogica della politica e lottare contro le dilaganti derive tecnocratiche che vedono l’azione politica come mera attività di problem-solving. La tradizione classica ed europea, più in generale, dovrebbe guidare un processo di valorizzazione del dibattito pubblico come spazio di costruzione collettiva della giustizia. In definitiva, secondo Scanlon, una società giusta non può essere intesa solo come una società che ridistribuisce la ricchezza dai più ricchi ai più poveri, ma come una società, piuttosto, che riconosce, include e valorizza ogni individuo come soggetto politico a pieno titolo. Perché il telos profondo di ogni società giusta non è tanto quello dell’accumulazione di ricchezze materiali, quanto il riconoscimento dell’altro come pari, la costruzione di legami di fiducia e di reciproco rispetto della dignità di ciascuno. Perché la giustizia sociale non si raggiunge solamente attraverso la redistribuzione del reddito, ma principalmente nella tessitura di relazioni e nella creazione di spazi di partecipazione dove ogni voce, anche quella più flebile, possa essere ascoltata.

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