Perché la meritocrazia piace tanto a chi già “appartiene alla ditta”
Solo rompendo il legame tra status sociale e successo educativo è possibile garantire una società più giusta
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Nel vasto e complesso affresco tracciato da Michael Walzer in Spheres of Justice (1983), quello del merito emerge come un principio, intuitivo, semplice e giusto. Ma solo apparentemente. Occorre un po’ di elaborazione, infatti, e la disponibilità a sfuggire alla superficialità del senso comune, per comprendere come in realtà esso sia carico di implicazioni problematiche e prono a insidiosi paradossi. Attraverso una disamina densa e raffinata, Walzer ci porta guardare al merito non come ad un valore assoluto e neutrale, ma come una costruzione sociale che può facilmente tradursi in uno strumento di dominio e di controllo del forte sul debole.
Il punto di partenza dell’analisi di Walzer riguarda la relazione tra meritocrazia e universalismo. Come abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa, Walzer critica l’idea che possa esistere una singola concezione di giustizia che sia applicabile universalmente in ogni sfera della nostra variegata esistenza. Egli sottolinea, al contrario, come ogni società sviluppi criteri di distribuzione specifici a seconda delle sue tradizioni, istituzioni e valori fondamentali.
“La giustizia è una costruzione umana – scrive Walzer - ed è improbabile che possa essere perseguita in un solo modo (…) Le domande poste dalla teoria della giustizia distributiva ammettono una gamma di risposte, all’interno delle quali c’è spazio per la diversità culturale e la scelta politica. Non si tratta solo di applicare un unico principio o un insieme di principi in contesti storici diversi. Voglio sostenere qualcosa di più – continua – e cioè che i principi di giustizia hanno essi stessi una forma pluralistica; che beni sociali diversi dovrebbero essere distribuiti in base a ragioni differenti, secondo procedure differenti, da agenti differenti; e che tutte queste differenze derivano da una diversa concezione dei beni sociali stessi, inevitabile prodotto del particolarismo storico e culturale” (1983, p. 5-6).
Sotto la scure della critica all’universalismo cade, naturalmente, anche l’ideologia meritocratica. Una ideologia secondo cui quello del “merito” è “il” criterio giusto in virtù del quale certi beni, incarichi, opportunità, andrebbero assegnati condizionandoli al talento e allo sforzo individuale. Tuttavia, Walzer è convinto che questa visione rappresenti una maschera che serve a nasconde e a legittimare moralmente l’esistenza e la persistenza di profonde e crescenti disuguaglianze. Il limite fondamentale dell’approccio meritocratico deriva dall’assunzione secondo cui il successo è sempre il frutto esclusivo del talento e dell’impegno, senza prestare la dovuta considerazione al peso delle condizioni di partenza e dei vantaggi ereditati.
La retorica meritocratica, inoltre, trascura sistematicamente il fatto che molti dei traguardi che vengono generalmente ascritti al singolo individuo dipendono, in realtà, in maniera determinante da fattori esterni o dall’azione congiunta di altri che direttamente o indirettamente hanno contribuito al raggiungimento di tali risultati o hanno favorito la possibilità di sfruttare al meglio certe opportunità. Perché il successo è spesso il risultato di opportunità, contesti familiari favorevoli, relazioni sociali e di una ampia serie di elementi che sfuggono al controllo e alla responsabilità individuale. Questo significa che, in una società meritocratica, chi nasce in condizioni svantaggiate avrà certamente minori possibilità di dimostrare il proprio valore, nonostante il talento e l’impegno. Il fatto poi che qualcuno, nonostante le difficoltà di partenza ce la faccia non deve nascondere il fatto che moltissimi altri, altrettanto, talentuosi e desiderosi di impegnarsi, invece, non ce la faranno a causa di ragioni e di fattori che esulano totalmente dalla loro responsabilità individuale.


