Energia

Petrolio, si spera nella pace e il prezzo scende. Ma l’offerta sta crollando

Le esportazioni di greggio dalla Russia sono calate di oltre un quarto e ora inizia a fermarsi la produzione. Intanto anche il Kazakhstan perde per un mese il 20% dell’export. E non c’è nessun fornitore alternativo su cui possiamo contare

di Sissi Bellomo

(AP)

3' min read

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Il prezzo del petrolio è andato a picco sui primi, fragili segnali di distensione tra Russia e Ucraina. Ma l’allarme sull’offerta, che rischia di non bastare, è tutt’altro che scomparso dall’orizzonte.

Le esportazioni di Mosca calano a vista d’occhio e con i depositi di stoccaggio che si riempiono ora comincia a frenare la produzione dei giacimenti. Intanto crollano, addirittura di un quinto, anche le forniture di greggio dal Kazakhstan, dove operano diverse major occidentali (tra cui Eni).

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Il governo di Astana ha avvertito che per un mese l’export diminuirà di ben 320mila barili al giorno a causa delle riparazioni all’oleodotto dal Caspio che erano state annunciate il 23 marzo – con un timing quanto meno sospetto – dai russi, azionisti di controllo dell’infrastruttura.

Ad arginare i rincari c’è il ritorno del Covid in Cina: il lockdown a Shanghai da solo si porta via il 4% della domanda mondiale, fa notare Anz Research. E secondo Reuters ci sono trader che provano a rivendere carichi di greggio ordinati dalle raffinerie del Paese per aprile e maggio. Sviluppi che già da qualche giorno esercitano un’influenza ribassista. Ma le quotazioni del barile ieri stavano recuperando, dopo un tonfo del 7% lunedì 28.

L’inversione di rotta è arrivata con le prime notizie sull’esito dei colloqui Mosca-Kiev: una reazione probabilmente troppo ottimista, considerata la situazione ancora difficile (sia sul fronte bellico che su quello dell’energia), che ha affondato il Brent fino a un minimo di 105 dollari al barile prima della chiusura intorno a 110 $. Scivolone analogo per il Wti, tornato a testare la soglia psicologica dei 100 dollari al barile.

Una revoca delle sanzioni contro Mosca è inimmaginabile nel breve termine: non c’è ancora nemmeno un’intesa per il cessate il fuoco in Ucraina. Se le trattative proseguiranno in modo costruttivo dovrebbe però fermarsi l’escalation delle misure punitive, che minacciava di condurre anche l’Unione europea verso un embargo al petrolio russo, sull’esempio degli Usa ma con impatti molto più pesanti visto che fino a poco tempo fa il Vecchio continente riceveva ogni giorno da Mosca 2,7 milioni di barili di greggio e 1,5 milioni di barili di prodotti raffinati (dati S&P Global Platts riferiti al 2021).

È forse questa valutazione ad aver innescato le vendite sui mercati petroliferi, spingendo ad accantonare il timore di carenze. Ma i problemi non sono affatto risolti.

La Russia ormai riesce a esportare solo 3,6 milioni di barili al giorno di greggio, invece di 5 mbg circa, secondo dati di fonte industriale riferiti da Bloomberg. E in Europa in particolare le vendite sono crollate, anche senza un embargo ufficiale.

L’India, la Cina (Covid permettendo) e qualche altro Paese stanno comprando qualche carico extra, attirati dai prezzi super scontati. Ma non basta.

Più di una dozzina di carichi di greggio Ural offerti per marzo sono stati snobbati, scrive Reuters, e Mosca ha dovuto cancellare o rinviare la vendita. Alcune compagnie minori, come Surgutneftegaz e Zarubezhneft, hanno evitato di effettuare vendite spot questo mese.

Persino in patria il greggio russo trova sempre meno domanda: le raffinerie locali, che hanno perso clienti all’estero, si ritrovano con un eccesso di carburanti invenduti e stanno rallentando le lavorazioni.

Transneft – che gestisce la rete di oleodotti russa, la più grande del mondo – ha deciso di limitare l’offerta di trasporto perché lo spazio nei depositi di stoccaggio del Paese è vicino ad esaurirsi, raccontano fonti Reuters. Il passo successivo, che ormai sembra inevitabile, è un taglio della produzione dei giacimenti.

Il problema è che non c’è nessun Paese al mondo che possa o voglia sostituire le forniture russe perdute. Negli Stati Uniti lo shale oil fatica a tornare ai ritmi di un tempo, frenato da limiti geologici, rincari e strozzature che limitano le operazioni e una maggiore disciplina finanziaria degli operatori.

Quanto all’Opec+, di cui fa parte anche Mosca, ci sono poche speranze: il gruppo si riunirà giovedì 31 ma è quasi certo che non aumenterà le quote produttive più di quanto già programmato.

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